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giovedì 14 febbraio 2008

Lo sfratto, il dolce e la tradizione ebraica




Eh si, ha un nome particolare, questo dolce della tradizione ebraica. Avevamo provato a mettere in vetrina il cartello: "Oggi si assaggia lo Sfratto", non è stato un successone :D. Ora lo proponiamo dicendo appunto che si tratta di un dolce, e non di quello esecutivo! (anche sul cartello). Comunque, la storia narra che nel XVII secolo a Pitigliano (provincia di Grosseto, bassa Toscana) un editto del Granduca di Toscana Cosimo II Medici imponeva alle famiglie ebree di lasciare il borgo dove vivevano ed andare insieme alla loro comunità nel ghetto, isolati.
L'atto dell'annunciare lo spostamento forzato, effettuato dagli ufficiali designati, era quello di bussare alle porte degli ebrei con un bastone per intimare lo sfratto. Gli ebrei, a distanza di 100 anni, vollero ricordare l'iposizione subita tramite la creazione di un dolce. Lo Sfratto così assunse, nome e forma a ricordo di quel momento storico. E' un dolce a forma di bastone, costituito da una cialda dolce di pasta sottilissima che avvolge un ripieno molto dolce. Gli ingredienti principali utilizzati per la preparazione del dolce sono per il ripieno: miele, noci, scorza d'arancio, noce moscata, semi di anice; per la sfoglia: farina di grano tenero tipo "0", vino bianco, olio di oliva, zucchero, vaniglia.


Preparazione dell'impasto: si mette a scaldare per mezz'ora il miele avendo cura di girarlo bene per non farlo bruciare poi vengono aggiunte le noci tritate, la buccia d'arancia a pezzettini, la noce moscata grattugiata e i semi d'anice; si mescolano con cura fino ad ottenere un perfetto amalgama. Si toglie l'impasto dal fuoco e lo si lascia raffreddare abbastanza da poter lavorare il ripieno.
Preparazione della sfoglia: si uniscono zucchero, farina, vino bianco, vaniglia e olio di oliva: viene tagliata in strisce della lunghezza desiderata e della larghezza sufficiente a contenere il ripieno. Su ogni striscia viene adagiato l'impasto e poi viene chiuso in modo da ottenere la tipica forma a bastone. La cottura avviene in forno in tempi variabili dai 20 ai 25 minuti, alla temperatura di 180°C. Una volta sfornato e fatto raffreddare lo sfratto viene servito tagliato a fette. Lo Sfratto si produce tutto l'anno, ma soprattutto nel periodo natalizio.

Buon divertimento, e se volete solo assaggiare potete venire direttamente qui in Via luca valerio 41/43 zona marconi, c'è sempre un pezzo per tutti.
A presto, b&f

martedì 29 gennaio 2008

Pistacchio: il gioiello verde di Bronte


Pane di Gabriele Bonci e crema dolce di pistacchio di Bronte, pronti all'uso.

Un gioiello tutto siciliano, il pistacchio verde, brillante di Bronte. Nessun altro pistacchio è paragonabile a quello che cresce nel Catanese. I terreni lavici, alle pendici dell'Etna, grazie alla loro ricchezza di sali minerali lo rendono unico al mondo. Negli ultimi anni ci son state parecchie "imitazioni" ma non appena il palato tocca quello di Bronte non esistono più dubbi. l pistacchio di Bronte è un prodotto particolare: non si concima, non si irriga e produce ad anni alterni, viene rigorosamente raccolto a mano verso la fine del mese di Agosto. Chi raccoglie i pistacchi, con una sacca di tela al collo, si aggrappano ai rami con una mano e con l'altra staccano i chicchi ad uno ad uno. Una volta raccolti si liberano i semi dal mallo, mettendoli a seccare. In media, con una giornata di lavoro se ne possono raccogliere una ventina di chili a persona. Esistono moltissimi prodotti a base di pistacchio: croccanti, torroni, torroncini, le fillette (una sorta di savoiardi), paste, torte, spalmabili dolci e salate (il famoso pesto di pistacchi).

Sezione dei torroncini al pistacchio di Bronte.

E' un prodotto veramente fenomenale, saporito, ti accarezza il palato, te lo riempie e rimane persistente a lungo. Sia in pizzeria (Panna cotta al pistacchio) che qui in bottega (torroncini, torroni, crema spalmabile, pesto di pistacchi, pistacchi semplici sgusciati e croccantino) lo hanno apprezzato un po tutti. Oggi con tutti i prodotti a prezzo ridotto, ma meno saporiti, provenienti dall'Iran, Turchia, Stati Uniti parecchie industrie dolciarie e grandi salumifici hanno cambiato e comprato sempre meno dalla Sicilia. Noi nel gioiello verde di Sicilia ci siamo affezionati, profumi e sapori inconfondibili che sono difficili da sostituire...se non avete mai provato il VERO pistacchio è arrivata l'ora.
A presto b&f

sabato 19 gennaio 2008

Lonzino di fico



Tra la molteplicità di prodotti fantastici e nascosti in piccoli paesini italiani c'è anche il Lonzino di fico, divenuto oramai un Presidio Slow food. Siamo andati a pescarne una tipologia prodotta in maniera del tutto artigianale in un laboratorio piccolissimo, dove la famiglia lavora tutto manualmente, a partire dalla raccolta dei fichi (hanno 18 piante) all'etichettatura. Il Lonzino di fico è un prodotto tipico marchigiano, in via d'estinzione e viene prodotto in modo artigianale in alcuni comuni della provincia di Ancona. Intero si presenta come una salame (da questo il nome lonzino) compatto e solido. All'interno le materie prime utilizate sono: i fichi raccolti ed essiccati al sole amalgamati con mandorle, pezzetti di noce, semi d'anice unendo all'impasto un po di sapa (una volta) o mistrà (liquore ottenuto facendo macerare nell'alcool i semi di anice). Una volta creato l'impasto si avvolge in foglie di fico e si lega con un filo di spago. Al naso si percepisce l'odore netto di fico e frutta matura, in bocca l'anice e i pezzetti di noce completano il gusto dei fichi secchi in maniera equilibrata e rotonda. Facile da mangiare a fine pasto come dolce, interessante da abbinare a formaggi stagionati; birre ce ne sono molte da abbinare, io sotto mano avevo una 25dodici del buon Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo) e devo dire che l'abbinamento è stato notevole. Il Lonzino di fico è un prodotto che nasce con la tradizione e che purtroppo è sempre più raro trovare...il bello, almeno per noi, è stato scovare i piccoli artigiani che ci mettono l'anima e il cuore. Solo entrare in quel laboratorio è stata un'esperienza straordinaria; appena aperta la porta un odore di fichi e di storia ci ha invaso le narici. Per fortuna esistono ancora persone che lavorano bene, basta cercarle.
Se passate di qui, reclamate un assaggio...b&f

sabato 12 gennaio 2008

A Carnevale: la Cuddrireddra di Delia


In Sicilia di prodotti artigianali e d'eccellenza ce ne sono per tutti i gusti (tutta l'Italia se cerchiamo bene ne è piena), la Cuddrireddra di Delia forse è uno di quelli poco conosciuti ma di assoluto valore. Il nome è difficile da pronunciare per chi non è siciliano. A Delia questa parola dal suono duro indica un dolce buonissimo: un biscotto a forma di bracciale o coroncina il cui nome risale al greco kollura (cioè focaccia, pane biscottato di forma solitamente anulare). Nei vocabolari dialettali cuddrireddra sta per focacciuola, schiacciatina modellata a foggia di baco ravvolto, o piccola rotellina di pasta a forma di anello o corona. In Sicilia, e un po’ in tutto il sud Italia, si producono molti tipi di ciambelline fritte soprattutto per il periodo di Carnevale, ma solo a Delia si realizzano in questa forma complicata. Si narra che la forma a "corona" sia nata quale omaggio alle castellane che vivevano a Delia durante la guerra dei Vespri Siciliani (1282-1302) nella fortezza medioevale che sovrasta la cittadina. Sono passati sette secoli ma le cuddrireddre si producono ancora. La ricetta è semplice: si impasta la farina di grano duro con uova fresche, zucchero, un poco di strutto, vino rosso, cannella e scorzette di arancio. Si lavora la massa su un asse di legno (lo scanaturi) fino a quando raggiunge la giusta compattezza e poi la si divide in piccoli rotolini. La parte più complicata, che richiede manualità ed esperienza, ma che tutte le donne di Delia sanno realizzare benissimo, inizia a questo punto: si avvolgono i rotolini di pasta intorno ad un bastoncino che poi viene sfilato. La spirale di pasta viene appoggiata su un attrezzo chiamato “pettine” costituito da due asticelle di legno unite da una serie di striscioline di canna di bambù levigata. I pettini sono conservati con grande cura perché nessuno è più in grado di costruirli. Alcuni sono vecchissimi, posso avere anche più di 150 anni. Un oggetto bizzarro la cui funzione originaria era diversa: si trattava infatti di un pezzo del banco di tessitura. Sul “pettine” si appoggia la spirale di pasta che acquista la caratteristica “rigatura”. Si uniscono a questo punto le due estremità formando una corona. La cuddrireddra originale deve essere croccante, dolce, mai stucchevole, con in evidenza le note di cannella, di scorza d’arancio e un lievissimo sentore di vino rosso, utilizzato nell’impasto. In origine, era preparata in casa nel periodo di carnevale; oggi la si può trovare tutto l’anno e alcune pasticcerie della zona hanno iniziato a proporla. Rappresenta un ideale fine pasto e si abbina in maniera eccellente a barley wine, birre d'abbazia e perchè no con una blanche che richiama la scorza d'arancia...ad ognuno la sua scelta, basta che sia artigianale. Se passate in bottega l'assaggio della Cuddrireddra è garantito ogni giorno. A presto, b&f