Nell’immagine tratta dal sito sociologicamente, un agglomerato di ghiaccio che si riflette in acqua, specchio e elemento che in modo differente dagli altri è associato al femminile antico, al ritrovamento del femminile.
L’immagine tratta dal sito viene in quel luogo associata all’inconscio collettivo.
Immagini.
Queste sempre parlano.
Un altro linguaggio, non verbale certo.
Ho scelto questa immagine un pò per l’arsura e in quanto opposto della stessa, un pò per lo specchio e infine per annunciare un periodo di pausa tipicamente estiva.
Nel corso della storia dell’essere umano occidentale sono state molte le scuole filosofiche ed esoteriche che di fatto si sono rifatte agli albori della storia della nostra specie.
E nel loro nucleo fondante hanno custodito misteri.
Vi erano in passato i misteri di Cerere/Demetra ad esempio, e di essi scrive Omero nell’Inno a Demetra: “Felice chi possiede, fra gli uomini, la visione di questi Mysteria; chi non è iniziato ai santi riti non avrà lo stesso destino quando soggiornerà, da morto, nelle umide tenebre”
Il mistero non fu sempre tale, divenne necessario ad un certo punto della storia, in un passaggio che segnò cambi di paradigma nonché antropologici, anzi inerenti una sola parte di umanità.
Oggi in un tempo diluito nella rapidità del dimostrare dove l’atto sacro del fare è diventato profano e lo è diventato ad alti livelli, il mistero è divenuto segreto del sociale snaturato e sottratto alla natura ciò è avvenuto in una costruzione di immagine relativa ad un unica specie e più sèpecificatamente di un unica cultura.
I Mysteria erano altro ed hanno molto a che vedere con gli archetipi.
Raffigurazione della morte secondo la concezione animica del paleolitico – scatto fotografico Graziano-Tavan
Misteri e archetipi
In ogni archetipo si chiede un passaggio di veduta, non per caso ogni mutamento percettivo è una morte di ciò che prima vi era come forma percettiva della mente.
Nei libri che trattano la materia sciamanica si parla di percezioni date, alterate e cambiate, portate dall’educazione e da quello che noi chiamiamo sociale.
E cosa centra la morte?
La “figurina” sopra riportata stilizzata e che comunica fermezza era associata al ciclo di morte.
Quello di morte è il ciclo che trasforma ciò che c’era prima.
Sono state molte le Dee associate a questo ciclo, tali Dee sono frammenti di interezze che le precedevano nella storia.
In origine vi era un unica entità, che impersonava la vita, la morte e la nuova vita, come natura è e come natura fa.
Ogni stagione è un ciclo che alterna morte e rinascita, ogni cambio percettivo è mutamento, una deposizione e un omaggio celebrativo a ciò che prima definiva un altra vista sulle cose e sulla vita. La stagione dice che i passaggi sono graduali e che l’unica realtà della materia è l’eterno mutamento.
Ogni archetipo quindi chiede una presa di visione di ciò che l’ego non ha alcuna intenzione di riconoscere e descrive secondo modalità date e recepite come assolute, in ogni storia quindi vi sono due chiavi di lettura, quella dell’io, un identità costruita socialmente, e quella del se, il se attinge alle risorse creative di anima, l’archetipo quindi richiama anima per far si che avvenga una trasformazione necessaria.
Ovviamente è difficile svelare alla luce ciò che magari è stato in ombra per decenni, o che ha costituito un trauma complesso, ma le radici non fermano un albero, sono ciò che all’albero da nutrimento, l’anima mette radici anche nell’ombra, prenderne consapevolezza è un gesto di amor proprio. Amore verso il se autentico.
“in una società dove la morte viene usata per fare del male e condizionare, avendone timore ma volendo che divenga strumento, conoscere questa signora che recide ciò che non deve avere contezza nell’esistere significa tornare a radicare anima.”
E tutto si dissolve in un battito di ciglia quando la botte che custodiva gelosamente l’ego, bambino che non intende vedere, si dissolve nell’elemento volatile.
Il risveglio del Drago di Fuoco mostra nell‘alambiccotrasparente l’illusione che si era data e che si era alimentata.
Cadute verticali finalmente verso il basso. Lì nasce il nutrimento.
Riprese di cristallo dove gli elementi si rimestano e poi vengono mescolati.
Filtrati e con precisione riconosciuti anche quando visti la prima volta.
Infine il rilascio e l’espansione, ciò che dovrà restare resterà.
Schizzi di immediatezze, alcuna aspettativa, attimi di-segni in passaggi.
Quando come foreste di emozioni, sentimenti e istinti l’ululato della selva era la nostra stessa voce in quel tempo senza tempo sapevamo abitare le nostre foreste interiori si camminava in ciascuno di essi, tornarvi è tornare al se.
Il lupo concuisemprecondividiamo anima. Consigliere in viaggi del se. Quando la magia era nell’immanenza della foglia caduca, de la loba che sapeva e rimettendo assieme le ossa e le spoglie di tempi color oro in istinti ferini tutto chiarificava grazie alla luce che non si vede.
Ritorno all’essenza, lei si immutabile.
Nosce te Ipsum profetavano le sacerdotesse della terra, conoscendo se stesse si conosce il mondo, micro cosmi in macro cosmi.
In abbracci dello spirito, volteggiando e danzando spirali la memoria si fa vita, in segnature di recuperi la memoria si fa strada.
E nelle lune, in tutti i cicli permanenze di impermanenza, tutto è in eterno mutare.
Ricordando in ogni anfratto di anima che terra e donna sono una.
C’era una volta, e mai ci fu, in un luogo dove la nebbia si estendeva molto spesso all’orizzonte, una piccola foresta dalla forma tondeggiante.
In questa foresta, ai piedi di una cittadella, viveva un anziana signora, che pareva godere di quello stato di solitudine che i più probabilmente avrebbero mal sopportato.
La sua casa era fatta di legno all’apparenza e alla vista logoro.
La signora si narrava tra le genti della cittadella avesse perso un amore, quello che la figlia non le faceva mai mancare.
Non aveva sempre vissuto in quel cerchio di terra fatto di alberi, di canto di uccellini al mattino, di cespugli di more e ortiche, di nebbie che avvolgevano l’intera foresta e in inverno coperto da una coltre di neve.
Si narra che l’anziana signora il cui nome non veniva pronunciato nella cittadella, restasse ore pomeridiane a curare la terra e a guardare un albero il cui tronco aveva rughe che risalivano a molti e molti anni.
Lei si recava alla cittadella solo poche volte. Le sue parole, rare, risuonavano tra vecchie pietre e nelle orecchie delle persone come cadenzate da una melodia che univa dramma e assieme fermezza.
Come poteva una sola voce di donna avere quel timbro, parlare solo con il suono?.
Questa era la domanda che si poneva una giovane ragazza che spesso andava nel boschetto per cogliere un erba che la cittadella diceva essere rara, ma che lì e non altrove, compariva nel terzo mese lunare e per poco tempo era disponibile sia alla vista sia alla raccolta.
La ragazza era piuttosto avulsa alle chiacchere del paese che dipingevano l’anziana signora meramente come un eremita, una solitaria che per i più veniva percepita come se si sentisse superiore e per questo non voleva stare con chi invece banchettava, commerciava e costantemente era impegnato nel da farsi per un luogo che alla ragazza sembrava sempre uguale a se stesso. Ma per la ragazza no, pensava molto alla figlia, erano coetanee ma lei ovviamente mai la conobbe.
Una storia però le interessava.
Anche questa circolava per la cittadella fatta di pietre e arroccata.
Circolava una storia legata alla figlia dell’anziana signora. Veniva narrato che il giorno della morte della ragazza, a calendimaggio nella cittadella spuntasse un fiore che durava solo un giorno e che la notte si udissero lamenti provenienti dalla casa dove prima viveva l’anziana signora con la figlia.
Tanto che tutta la piccola comunità del luogo si teneva distante da quella casa e propose a più riprese di eliminarne le ancor più logore spoglie rispetto alla casetta in legno della foresta.
Un pomeriggio sulla tarda ora la ragazza era presso la soglia della foresta quando dinanzi a lei vide un cervo.
Restò quasi pietrificata da quell’incontro, poco dopo a seguire l’animale l’anziana signora.
Si guardarono negli occhi, nessuna delle due proferì parola, l’anziana signora prese la mano della giovane, la aprì con delicatezza e mise su di essa un piccolo oggetto in legno, la ragazza riconobbe dalla corteccia il frassino.
L’oggetto era una piccola bambolina, intagliata in un frammento di dimensioni anch’esse ridotte.
L’anziana signora riguardando la ragazza a quel punto parlò.
“Tienilo con te, contiene lo spirito di chi c’è stata prima, invocane il nome quando sarai smarrita, ti aiuterà”.
La ragazza non fece in tempo ad alzare gli occhi su queste poche parole che l’anziana signora sembrava essere scomparsa. Non ritenendo tale possibilità plausibile iniziò a cercarla, voltando lo sguardo in tondo, da una parte e poi dall’altra, qual’era il nome? non lo sapeva, non le era stato detto, perché quell’oggetto?, cosa significava? perché a lei e in quel momento? e ormai con il crepuscolo che avanzava dovette tornare indietro e anche velocemente tenendo nella tasca della sua veste questo dono che le era stato dato.
Nella corsa che tale fu il pensiero corse al cervo, non aveva visto neanche lui dileguarsi tra la boscaglia.
Le sensazioni erano un misto di timore e assieme curiosità, nervosismo e assieme una punta di paura.
In aggiunta troppe erano le domande in quel momento per essere chiarite in una sola volta.
La ragazza cadde, con lei la bambolina.
Il suo ginocchio destro sanguinava e intorno il buio avanzava.
Prese con uno scatto del corpo la bamboletta.
Non pensò neanche un secondo alla domanda sul nome e chiamò Giuliaaaaaaa!
Questo era il nome della figlia dell’anziana signora, un nome anch’esso che non veniva pronunciato da nessuno della cittadella.
In lontananza passi sull’erba, non ne distingueva ne la provenienza ne l’incedere eppure le sembravano famigliari. All’improvviso il cervo ricomparve fermandosi davanti a lei.
La ragazza chiuse gli occhi, i passi erano sempre più vicini restò ferma la sua pelle era madida di sudore, ma non arretrò ne evitò di muoversi per timore quanto piuttosto per la ferita che però all’improvviso sentiva non farle più male, in una frazione di tempo non misurabile sentì come gocce cadere sul ginocchio sanguinante. Non volle aprire gli occhi, ma lo fece quando la sensazione anzi le sensazioni avevano lasciato il posto al movimento del ginocchio stesso.
Aprendo gli occhi la sua ferita era sparita ma non il cervo con cui incrociò lo sguardo.
Si alzò sulle sue gambe e passando vicino a questa creatura proseguì il cammino, stavolta il suo incedere era fermo, deciso, non veloce ne carico di sentimenti che in quel momento le sembravano superflui.
In un tempo che non avrebbe saputo ne aveva l’intento di misurare riuscì a tornare alla cittadella il buio ormai era quasi completamente avanzato, passando dinanzi alla vecchia casa di Giulia e di sua madre una folata di vento attraversò il suo corpo.
Da quel momento la giovane ragazza mutò il colore dei suoi capelli, la mattina successiva la sua chioma del colore rossiccio e marrone divenne quasi bionda, un colore vicino al colore del frassino che strinse la notte tra le sue mani.
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Questa è la storia, nei prossimi post gli archetipi che emergono e che ho voluto evidenziare nella storia.
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