LA CARTOLINA MARCINELLE CON ANNULLO
Questa mattina, alle 8 e 10, nel piazzale del Bois du Cazier di Marcinelle, a sud di Charleroi, la campana “Maria Mater Orphanorum”, fusa ad Agnone, in Molise, dalle mani di artigiani italiani, suonerà 262 rintocchi. Uno per ognuna delle 262 vittime.
Settant’anni fa, a quell’ora esatta, un incendio divampato a 975 metri di profondità trasformò una miniera in una tomba per 262 uomini. Tra loro 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 algerini, 3 ungheresi, 2 francesi, un inglese, un olandese, un russo, un ucraino. Dodici nazionalità, una sola tragedia. I nostri emigrati la chiamarono la “catastròfa”. La parola stessa, metà italiana e metà francese, porta scritto il destino di quegli uomini sospesi tra due patrie.
Dietro di loro c’era il protocollo italo-belga del 1946, che regolava l’invio in Belgio di cinquantamila lavoratori italiani, giovani, non oltre i 35 anni, in cambio di forniture di carbone destinate all’Italia. Braccia contro combustibile. L’Italia usciva distrutta dalla guerra e cercava energia per ricostruire. Il Belgio combatteva la sua “battaglia del carbone” e cercava uomini disposti a scendere nei pozzi. I manifesti promettevano buoni salari, carbone gratuito, pensioni anticipate. La realtà furono le baracche di lamiera degli ex campi di prigionia, il lavoro a un chilometro sottoterra, la polvere che consumava i polmoni. Partivano con la valigia di cartone dai paesi d’Abruzzo, di Puglia, del Veneto, di Sicilia. Nel linguaggio delle miniere valloni diventavano gueules noires, musi neri. Eppure tenevano in piedi, con il loro lavoro, la ricostruzione di due Paesi.
Quel mercoledì mattina gli uomini del primo turno erano scesi nel pozzo alle 7. Un’ora dopo, un incidente nella gabbia dell’ascensore provocò la rottura di un condotto d’olio in pressione e di alcuni cavi elettrici. Una scintilla, e l’incendio divampò nelle gallerie sorrette dal legno, alimentato dall’olio e dalla polvere di carbone. Il fumo e i gas invasero ogni cunicolo.
Fu una tragedia annunciata, scritta nel silenzio delle omissioni. Una miniera vecchia, di cui si discuteva l’ammodernamento da anni, dove le condutture d’olio correvano accanto ai cavi dell’alta tensione. Non fu una fatalità.
Per quindici giorni le famiglie rimasero aggrappate ai cancelli, sperando. Il 23 agosto, quando i soccorritori riemersero dall’ultimo livello, la speranza finì con due parole pronunciate in italiano, «tutti cadaveri». Due parole che fecero il giro del mondo e gelarono la coscienza dell’Europa intera. È il primo insegnamento di Marcinelle, valido ancora oggi. Le tragedie sul lavoro, quasi sempre, si possono evitare.
Ma da quel buio venne anche altro. Marcinelle fu la prima grande sciagura della nostra Nazione nel dopoguerra. Fu, ancor di più, la prima tragedia collettiva di un’Europa che cercava faticosamente di rialzarsi dalle proprie macerie e di immaginare una nuova fraternità fondata su valori concreti. Il lavoro, la sicurezza, l’emigrazione, la dignità. La Comunità del carbone e dell’acciaio, nata nel 1951, aveva messo in comune le materie prime della guerra per farne strumenti di pace. Marcinelle rivelò che quel mercato, da solo, era cieco. Che dietro le tonnellate estratte c’erano persone, famiglie, destini. Che l’integrazione economica, senza una dimensione sociale, non bastava.
La risposta fu immediata. All’indomani della tragedia venne convocata la Conferenza sulla sicurezza nelle miniere e nel 1957 nacque, in seno alla CECA, l’Organo permanente per la sicurezza nelle miniere di carbone. Per la prima volta gli Stati europei accettarono di sottoporre a regole e verifiche comuni le condizioni di lavoro nei propri pozzi. La sicurezza smise di essere una questione soltanto nazionale.
Da quel primo seme è germogliato, nei decenni, l’intero edificio dei diritti sociali europei. Le norme su salute e sicurezza, le tutele per i lavoratori migranti, la libera circolazione, la Carta dei diritti fondamentali, il Pilastro europeo dei diritti sociali. Ogni tappa di quel cammino porta, in filigrana, il nome di Marcinelle. Da quel dolore è nata la “cittadinanza sociale europea” che oggi diamo per acquisita. I minatori del 1956 erano lavoratori ospiti, contrattati tra Stati come fattori di produzione. I loro nipoti sono cittadini europei. Questa è la distanza che abbiamo percorso in settant’anni. Questo è il debito che abbiamo verso di loro.
Il 21 ottobre scorso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato al Bois du Cazier. Ha deposto le corone al monumento alle vittime, ha incontrato i familiari e i discendenti di quella emigrazione. Nel libro degli ospiti ha annotato di visitare con profonda commozione un luogo divenuto simbolo del sacrificio e della dignità dei lavoratori. Ai familiari ha detto che il ricordo di quella tragedia è perenne, ma deve essere anche «un monito per la storia del nostro lavoro».
Dal 2001 l’Italia celebra in questa data la Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. Ora quella memoria nazionale sta diventando memoria di tutti gli europei. Il 21 maggio il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza, 395 voti a favore, la risoluzione sulla necessità di ridurre le morti legate al lavoro, che chiede di fare dell’8 agosto la Giornata europea in memoria delle vittime del lavoro e per la tutela e la dignità dei lavoratori. A fine giugno il ministro Marina Calderone ha portato la proposta al Consiglio dei ministri del Lavoro dell’Unione, raccogliendo il sostegno esplicito di altri governi. Il 22 luglio la Commissione europea, per voce dei Vicepresidenti esecutivi Roxana Mînzatu e Raffaele Fitto, ha annunciato di far propria la proposta. La decisione è presa. L’8 agosto sarà la Giornata europea della memoria delle vittime sul lavoro.
L’iniziativa è nata due anni fa al CNEL come proposta della società civile organizzata, delle rappresentanze del lavoro e dell’impresa. È diventata poi proposta italiana in Europa, fatta propria e sostenuta con convinzione dal governo. A Strasburgo si sono strette compatte tutte le delegazioni italiane, oltre i confini dei gruppi politici, fino a fare della proposta un testo multipartisan. Un lavoro comune, a partire dall’onorevole Chiara Gemma, relatrice della risoluzione, con il sostegno delle Vicepresidenti del Parlamento Europeo Antonella Sberna e Pina Picierno, insieme agli europarlamentari Sandro Gozi, Massimiliano Salini, Pasquale Tridico e molti altri, da tutti gli schieramenti. Nessuna bandiera di parte, nessuna primogenitura da rivendicare. Un percorso dal basso verso l’alto, dai corpi intermedi ai governi, dai governi alle istituzioni comuni. Quando l’Italia si presenta unita in Europa, l’Italia vince. E con lei vince l’Europa.
Una Giornata della Memoria, però, ha senso solo se orienta il presente. E i numeri ci consegnano una verità scomoda. Nell’Unione europea si contano ancora, ogni anno, oltre tremila morti sul lavoro. In Italia le denunce di infortunio mortale superano il migliaio. Ogni morte sul lavoro è una piccola Marcinelle, una sconfitta della nostra civiltà. Alla vigilia dello scorso Primo Maggio, il Capo dello Stato è tornato a definire le morti sul lavoro «una piaga che non accenna a sanarsi» e un tributo inaccettabile. Ha ricordato che la sicurezza è un impegno che non consente rinunce né distinguo e che la lotta all’incuria, all’illegalità, all’imprudenza deve coinvolgere tutti. Non conosco richiamo più esatto di questo.
La sicurezza va garantita in ogni cantiere, in ogni fabbrica, in ogni campo. Con la prevenzione, con la formazione, con i controlli, con la tecnologia. E con una cultura che metta la persona prima del profitto.
C’è infine un monito che da quella terra arriva fino a una delle grandi sfide del nostro tempo, il fenomeno migratorio. I minatori del Bois du Cazier erano migranti economici. Erano i nostri padri e i nostri nonni, spinti dalla fame e dalla speranza. Chi ha vissuto quella storia sulla propria pelle non può guardare alle migrazioni di oggi con indifferenza. Può e deve guardarle con realismo e con umanità, con la serietà di chi sa che dietro ogni numero c’è una persona e che dietro ogni retorica, buonista o allarmista che sia, c’è un problema reale da governare.
Diciamolo con chiarezza. L’Italia e l’Europa, di fronte alla glaciazione demografica, hanno bisogno di un’immigrazione regolare e programmata, strettamente ancorata ai fabbisogni produttivi reali. La popolazione in età di lavoro si riduce anno dopo anno. Senza lavoratori non ci sono fabbriche aperte, campi coltivati, anziani assistiti, pensioni pagate. Il made in Italy non avrebbe raggiunto la sua eccellenza senza l’apporto dei lavoratori stranieri, che nell’agroalimentare coprono circa un terzo delle giornate di lavoro registrate e che assistono ogni giorno le persone fragili nelle nostre case. Il primato spetta però alla dimensione esterna. La pressione migratoria si governa a monte, prima delle frontiere, con gli accordi con i Paesi terzi, con i grandi piani di partenariato per lo sviluppo, con la cooperazione economica con l’Africa innanzitutto. L’Africa che cresce, che si industrializza, che trattiene e forma i propri giovani, è il primo interesse strategico dell’Europa.
Governare i flussi è diventato, del resto, anche una questione di sicurezza. Negli ultimi anni abbiamo visto Stati usare deliberatamente la pressione migratoria come arma contro i propri vicini, incanalando flussi verso le frontiere altrui per destabilizzarli e ricattarli. È la weaponization delle migrazioni. Chi trasforma la disperazione delle persone in uno strumento di pressione offende due volte, i migranti che usa e gli Stati che bersaglia. Un’Europa che governa i flussi è un’Europa che disarma questo ricatto.
Una politica migratoria regge nel tempo solo se è sostenibile, se produce benefici per entrambe le sponde, per i Paesi di origine come per i Paesi di destinazione. Un gioco a somma positiva, win-win direbbero gli economisti. Quando lo scambio diventa asimmetrico, quando una parte si sente privata dei propri giovani migliori o l’altra travolta da flussi che non governa, il patto si spezza e prevalgono la diffidenza e la chiusura. Lo insegna la nostra stessa storia. Dopo Marcinelle l’Italia sospese le partenze verso le miniere belghe. Quello scambio, braccia contro carbone, aveva smesso di essere equo. Nessun accordo sopravvive alla propria iniquità.
L’Europa, su questo, ha appena indicato il metodo. Il 12 giugno scorso, dopo quasi un decennio di negoziati, è entrato in applicazione il Patto sulla migrazione e l’asilo. Per la prima volta l’Unione dispone di un quadro comune che tiene insieme la protezione delle frontiere esterne, procedure di asilo e di rimpatrio certe e rapide, un meccanismo di solidarietà obbligatoria tra gli Stati membri, che possono contribuire accogliendo, con risorse finanziarie o con sostegno operativo. Responsabilità e solidarietà, insieme. È un equilibrio faticoso, frutto di compromesso, e proprio per questo può durare.
Serve poi una distinzione rigorosa. A chi è integrato, lavora, contribuisce, va garantita piena cittadinanza sociale. All’irregolarità, che alimenta sfruttamento, caporalato, lavoro nero, va opposto un contrasto sistematico. Chi sfrutta un irregolare offende due volte la memoria di Marcinelle. Offende il lavoratore che sfrutta e offende i nostri emigrati, che quella condizione di debolezza la conobbero per primi. Perché questa è la lezione più profonda di quella terra. Quei minatori erano regolari, chiamati da un accordo tra Stati, eppure privi di tutele adeguate. La regolarità senza dignità non basta. La dignità senza regole non esiste. Regolarità e dignità devono camminare insieme, sempre.
L’Europa del lavoro, dei popoli, della dignità esiste già, in potenza, da settant’anni. È nata nel buio di una miniera, dal sacrificio di 262 uomini di dodici nazioni. Sta a noi esserne all’altezza. Questa mattina, quando la campana di Agnone avrà finito di battere i suoi 262 rintocchi, resterà un silenzio che parla a tutto il continente. Porteremo in quel silenzio la gratitudine dell’Italia per i suoi figli emigrati, l’abbraccio alle loro famiglie, l’impegno delle istituzioni. E una certezza. La memoria di Marcinelle è il fondamento dell’Europa sociale. Custodirla è il modo più vero di costruire il futuro. Perché l’Europa dei diritti nasce lì. L’Europa nasce a Marcinelle.
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La mia dichiarazione, in qualità di Presidente della Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità (VSF), in occasione dell’evento di lancio della Presidenza italiana 2026-2027 dell’EUSAIR, la strategia macroregionale per la regione adriatico-ionica, articolata nei quattro pilastri dei collegamenti, della crescita blu, della qualità ambientale e del turismo sostenibile.
“Il Mediterraneo è tornato centrale. E dentro questa nuova centralità il Nordest italiano ha un valore strategico straordinario. L’Alto Adriatico e l’intero «golfo di Venezia» possono diventare la porta d’Europa verso l’Est e verso i mercati globali. Bisogna essere pronti a cogliere l’opportunità della presidenza italiana. Venezia, Trieste, Ravenna, Koper e l’intero Alto Adriatico devono essere letti come un unico grande sistema infrastrutturale integrato, capace di proiettare l’economia del Nordest verso i nuovi assi geopolitici del mondo.
Guardiamo a sud-est, verso Suez e Hormuz. Guardiamo a est, verso il Mar Nero e la futura ricostruzione dell’Ucraina, che ci auguriamo avvenga presto. Guardiamo al Mediterraneo orientale, ai processi di stabilizzazione che riguarderanno prospetticamente l’intero quadrante del Levante. Tutto questo produrrà una domanda immensa di logistica, cantieristica, meccanica, infrastrutture, tecnologia, componentistica industriale. E qui il Nordest possiede un vantaggio competitivo unico, perché rappresenta il meglio del sistema produttivo europeo”.
Sui temi dei corridoi e dell’integrazione portuale la Fondazione VSF era già intervenuta il 28 maggio scorso con la conferenza “Porti, interporti e corridoi. Venezia e l’Alto Adriatico come porta dei traffici verso l’Est”, ospitata nella Sala degli Squadratori dell’Arsenale nell’ambito del Salone Nautico di Venezia. All’incontro, organizzato con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale, il Comune di Venezia e VE.LA Spa, si era discusso dell’integrazione dell’arco portuale nord-adriatico — Venezia-Chioggia, Ravenna e Trieste, con Koper e Rijeka — e del suo raccordo con gli interporti di Padova, Verona, Pordenone e Cervignano, in una prospettiva di sistema portuale nazionale a doppio affaccio, tirrenico e adriatico.
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Il patto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein per non usare l’intelligenza artificiale allo scopo di attribuire agli avversari parole o fatti inventati è un segnale di civiltà politica. Dimostra che maggioranza e opposizione possono riconoscere una regola comune: la comunicazione pubblica deve essere firmata, verificabile e responsabile. Ma il limite è evidente: un impegno volontario vincola soltanto chi decide di rispettarlo. I falsari non sottoscrivono patti.
La questione non riguarda solo la politica. L’anonimato in rete ha avuto e continua ad avere una funzione liberale: protegge dissidenti, informatori e persone esposte nei regimi autoritari. Ma la stessa architettura tutela oggi anche chi fabbrica falsi industrialmente. Il compito non è abolire l’anonimato, ma distinguere chi deve essere protetto da chi deve poter essere identificato e perseguito.
I cittadini comuni sono spesso più vulnerabili dei leader. Un leader può smentire rapidamente un falso; un cittadino qualunque può restare solo davanti a un audio manipolato che circola in famiglia o al lavoro. Le truffe basate sulla clonazione della voce colpiscono soprattutto anziani e persone meno digitalizzate: bastano pochi secondi di un messaggio vocale per simulare il timbro di un familiare e chiedere denaro per un’emergenza. Siamo arrivati a dover concordare una parola d’ordine perfino tra parenti.
Ancora più grave è il fenomeno dei deepfake sessuali, che colpisce soprattutto donne e ragazze. Applicazioni accessibili trasformano fotografie reali in immagini sessuali false. L’inchiesta della Procura di Roma su una piattaforma internazionale ha trovato tra le vittime persone comuni e figure note, comprese Meloni e Schlein. Dal 10 ottobre il nuovo articolo 612-quater del codice penale punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde senza consenso immagini, video o voci falsificati dall’AI e provoca un danno ingiusto. Ma una norma è efficace solo se esiste un autore identificabile.
C’è anche un costo economico. Nel 2024 una dipendente della società Arup a Hong Kong trasferì 25 milioni di dollari dopo una videochiamata nella quale il direttore finanziario e i colleghi erano simulazioni digitali. Non erano stati violati i sistemi informatici, ma il riconoscimento umano. Deloitte stima che negli Stati Uniti le frodi abilitate dall’AI generativa possano crescere da 12,3 miliardi di dollari nel 2023 a 40 miliardi nel 2027. La contraffazione a costo quasi nullo funziona come una tassa sulla fiducia.
A questo si aggiunge il “dividendo del bugiardo”: se tutto può essere fabbricato, anche ciò che è autentico può essere negato. La prova diventa opinione e il dubbio si trasforma in alibi. Le reti digitali devono quindi compiere lo stesso passaggio già avvenuto per mari, strade e cieli, dove esistono bandiere, registri, targhe e identificativi. In rete bisogna distinguere tra riconoscibili da chiunque e identificabili da un soggetto qualificato.
L’esposizione pubblica del nome non è mai automatica: l’identità reale dovrebbe essere custodita da un soggetto terzo e rivelata soltanto nei casi previsti dalla legge e con adeguate garanzie. Accanto all’identità serve la provenienza dei contenuti: credenziali crittografiche e filigrane interoperabili documentano origine e trasformazioni di un file. Non certificano la verità di una scena, ma rendono verificabile la storia del contenuto. Il principio è semplice: etichettare il sintetico e firmare l’autentico.
Non si tratta di processare la tecnologia. L’intelligenza artificiale è una leva straordinaria di produttività, e responsabilità e trasparenza sono il passaggio che porta ogni strumento nuovo a maturità. La fiducia è un’infrastruttura: se manca, il valore dell’innovazione si deprezza e il vantaggio passa ai falsari.
L’Europa si sta muovendo su due binari. Dal 2 agosto l’articolo 50 dell’AI Act impone, nei casi previsti, marcature leggibili dalle macchine per i contenuti generati o manipolati e obblighi di riconoscibilità per i deepfake e alcuni testi di interesse pubblico. Entro la fine del 2026 ogni Stato membro dovrà offrire almeno un portafoglio europeo di identità digitale, volontario e controllato dall’utente. Da una parte contenuti tracciati, dall’altra identità certificate. Manca il ponte tra identità e responsabilità.
L’Italia dispone già di molti strumenti: la nuova fattispecie penale, SPID, Carta d’identità elettronica, IT-Wallet e il sistema AGCOM di verifica dell’età fondato sul doppio anonimato, nel quale chi certifica non conosce il servizio visitato e il servizio riceve soltanto la prova necessaria.
Tre mosse sono possibili: applicare l’articolo 50 senza trasformarlo in un obbligo indiscriminato; consentire, su base volontaria, l’uso di identità o attributi certificati negli account e nei servizi più esposti, rendendo ricostruibile sempre la responsabilità; misurare il costo economico della sfiducia. Il patto Meloni-Schlein offre la premessa politica, l’Europa detta il calendario e l’Italia possiede già l’infrastruttura. Ora deve collegare i due binari, senza esporre il nome dei cittadini.
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Renato Brunetta è Presidente del CNEL, Rosario Cerra è Presidente del Centro Economia Digitale
Giovedì 25 giugno il Consiglio dell’Unione ha dato l’ultimo via libera ai regolamenti che attuano l’accordo commerciale con gli Stati Uniti, quello del tetto al 15% sui dazi per gran parte dell’export europeo, undici mesi dopo il vertice scozzese di Turnberry. Ventiquattr’ore più tardi il presidente americano ha minacciato un dazio del 100% sui beni di qualsiasi Paese che tassi le piattaforme digitali, avvertendo che la misura prevarrebbe sugli accordi appena firmati. Il bersaglio, nominato espressamente, erano i governi europei.
Da Trump una “weaponization” incrociata: dazi sui beni per difendere i servizi digitali
La guerra dei dazi aperta con la seconda presidenza Trump rischia così di apparire, col senno di poi, poco più di un preludio. Il salto di qualità è la “weaponization incrociata”: l’arma tariffaria tradizionale, che colpisce i beni, impiegata per difendere i servizi digitali americani, le piattaforme di intelligenza artificiale e di cloud, i dati, le infrastrutture di rete, dalla tassazione e dalla regolazione di Stati e continenti terzi, garantendo agli Stati Uniti la leadership globale e alle big tech la libertà di continuare a crescere e produrre profitti.
L’asimmetria che regge lo scambio sta nel fatto che l’Europa esporta automobili e farmaci; l’America, cloud, software e proprietà intellettuale. Chi minaccia i beni difende i servizi. Non a caso l’accordo appena ratificato lascia fuori dal proprio perimetro, per esplicita conferma della Commissione, tanto le imposte sui servizi digitali quanto la regolazione europea dell’economia digitale: è lì che la partita resta aperta.
La dipendenza europea dalla capacità di calcolo
Le piattaforme che l’Europa vorrebbe tassare sono le stesse su cui si regge la sua vita digitale. Dietro c’è una capacità di calcolo sempre più concentrata: secondo la Banca d’Italia, cinque grandi imprese statunitensi detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale. Chi domina chip, dati, modelli e calcolo non controlla solo l’innovazione: può anche imporre un prezzo a chi prova a regolarlo.
Il rapporto Draghi del settembre 2024 ha dato a questa vulnerabilità la diagnosi più citata: oltre l’80% di prodotti, servizi e infrastrutture digitali europei arriva da fornitori esterni al continente. Le competenze, i dati e i mercati l’Europa li ha; quello che le manca è la capacità di agire alla scala giusta, con una governance comune. Un continente che non riesce a concordare come tassare le piattaforme non riuscirà nemmeno a costruirne l’alternativa. Il limite è di scala e di governance: l’accesso comune al calcolo e l’architettura europea per misurarne e ripartirne gli effetti.
Un problema antico: la rendita delle infrastrutture essenziali
Non è una dinamica nuova. La storia economica descrive le grandi ondate di innovazione come fasi di concentrazione e profitti straordinari: la distruzione creatrice rompe gli equilibri e premia chi arriva per primo con capitale, tecnologia e scala.
La grande impresa, di per sé, non è il problema: lo diventa quando il vantaggio innovativo si fa barriera permanente all’entrata, quando la dimensione si fa rendita, quando l’accesso alle infrastrutture essenziali viene deciso da pochi privati, quando il potere tecnologico diventa potere politico.
Ernesto Rossi avrebbe riconosciuto questa scena. Nei Padroni del vapore (1955) non attaccava l’industria, ma la rendita: il potere che nasce quando il mercato smette di essere contendibile. Oggi quella rendita si chiama concentrazione di chip, dati e capacità di calcolo. Non sarebbe nemmeno la prima volta che lo Stato interviene. La legge Giolitti del 1903 sulle municipalizzazioni introdusse la gestione diretta dei pubblici servizi da parte dei Comuni per rispondere ai fallimenti del mercato in settori essenziali: acquedotti, officine del gas, illuminazione elettrica, tramvie, nettezza urbana; nel 1962 nacque l’Enel, anche grazie alla battaglia di Rossi contro i monopoli elettrici. Quando un’infrastruttura diventa essenziale, la politica finisce per chiedersi come renderla contendibile o accessibile.
L’intelligenza artificiale ripropone la stessa domanda su una scala nuova.
Sulla potenza di calcolo la strada può essere solo europea
L’officina del gas di oggi è la potenza di calcolo, e nessun soggetto, impresa o Paese europeo, da solo, ne ha la scala sufficiente: è ormai una questione almeno europea. Per l’Italia il perimetro utile si chiama Europa, e la frontiera si costruisce per “Coopetizione”, vale a dire quella strategia, definita dal think tank Centro Economia Digitale, secondo la quale imprese e Stati cooperano e competono nello stesso tempo: rivali sul mercato e sulla leadership tecnologica, alleati nello sviluppo delle tecnologie critiche che nessuno può realizzare da solo.
La domanda è quale “strato” governare. La filiera dell’intelligenza artificiale è una pila di livelli sovrapposti, i chip, la capacità di calcolo, i dati, i modelli, le applicazioni, e ogni livello ha una struttura di mercato diversa. Il vero collo di bottiglia è la capacità di calcolo: i costi per svilupparla sono così elevati da escludere quasi tutti. Più che sostituirsi al mercato, la sfida è garantire l’accesso. La risposta non è statalizzare l’intelligenza artificiale, ma costruire un’opzione pubblica europea: infrastrutture di calcolo aperte a università, start-up, PMI e amministrazioni pubbliche. È la direzione già imboccata dall’Unione europea con EuroHPC, le AI Factories e il piano InvestAI.
L’obiettivo non è competere con gli investimenti dei giganti americani nell’addestramento dei modelli più avanzati, ma rendere contendibile l’accesso al calcolo: passare da un mercato chiuso, dove pochi possiedono tutto, a un mercato aperto, dove si condividono le regole del gioco. I sistemi proprietari funzionano come un ristorante esclusivo, si entra solo pagando il conto e accettando il menu di chi lo gestisce; il calcolo contendibile somiglia a una cucina comune, dove ognuno porta le proprie ricette, i modelli, e paga soltanto i fornelli che accende.
In fondo è una versione contemporanea delle municipalizzate: ieri si abbassava il costo del gas o del tram, oggi quello della potenza di calcolo. Non per sostituire il mercato, ma per impedire che l’ingresso nell’innovazione resti riservato a chi può investire centinaia di miliardi. Le aziende di Giolitti agivano sui beni salario, i consumi essenziali che pesavano sul bilancio delle famiglie lavoratrici: acqua, luce, trasporto. Erano le utilities dell’epoca, e abbassarne il prezzo valeva quanto un aumento delle retribuzioni. La potenza di calcolo sta assumendo lo stesso carattere, un input che entra nel costo di tutti gli altri: l’intelligenza artificiale è la public utility del futuro.
Produttività e adozione: la partita europea
Il ruolo del settore pubblico non si esaurisce nel bilanciare il privato in alcuni nodi della filiera. La questione decisiva è un’altra: a chi andranno i guadagni di produttività generati dall’intelligenza artificiale?
Le stime indicano guadagni potenzialmente importanti, e non automatici. Il Fondo Monetario Internazionale stima un effetto prudente sulla produttività totale dei fattori, circa un punto percentuale cumulato in cinque anni, e avverte che l’intelligenza artificiale generativa può accrescere produttività e qualità dei servizi pubblici, e insieme ampliare le disuguaglianze, se non è accompagnata da politiche adeguate.
Per l’Italia la posta in gioco non è tanto produrre i modelli più avanzati, quanto diffonderne l’uso. La Banca d’Italia stima che l’intelligenza artificiale possa aumentare la produttività del lavoro di oltre un punto l’anno, ma solo se l’adozione sarà rapida e pervasiva.
La politica industriale dell’IA è anzitutto una politica di adozione: portare, anche con incentivi mirati, il calcolo dentro manifattura, servizi, sanità e pubblica amministrazione. Il valore nasce quando la tecnologia permea l’intero sistema produttivo, non quando resta confinata in pochi campioni nazionali o grandi piattaforme.
In questa prospettiva, la sovranità europea non richiede necessariamente un unico modello generale alternativo ai grandi foundation models statunitensi, ma può basarsi anche sullo sviluppo di sistemi di IA verticali, addestrati su dati, competenze e filiere distintive dei diversi ecosistemi produttivi. È su questa frontiera che Paesi come l’Italia possono valorizzare i propri vantaggi comparati – dal manifatturiero avanzato al design, dalla meccanica al Made in Italy – trasformando il patrimonio di conoscenze settoriali in modelli specialistici capaci di generare un vantaggio competitivo.
Governare l’algoritmo insieme: partecipazione e contrattazione
Resta poi una seconda sfida: distribuire i guadagni della produttività. Negli ultimi decenni produttività e salari hanno smesso di crescere insieme. Se l’IA amplifica questa tendenza, accrescerà le disuguaglianze; se invece entrerà nella contrattazione e nell’organizzazione del lavoro, potrà sostenere un nuovo patto sociale. La domanda decisiva non è solo chi svilupperà gli algoritmi, ma chi ne definirà gli obiettivi, misurerà la produttività e ne distribuirà i benefici.
È la tesi dello studio che il CNEL ha presentato il primo maggio con Il Sole 24 Ore: l’algoritmo si governa solo insieme, attraverso dialogo sociale, trasparenza, contrattazione collettiva e partecipazione dei lavoratori ai guadagni di produttività. Per questo la sfida non è soltanto regolare l’intelligenza artificiale, ma costruire luoghi di partecipazione in cui governarla. Il percorso è stato già tracciato in questa direzione. Il 24 gennaio 2025 CNEL e Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE) hanno riunito a Villa Lubin rappresentanti delle istituzioni, delle parti sociali e del mondo della ricerca, sottoscrivendo una dichiarazione congiunta e lanciando OPERA, l’Osservatorio Politiche e Relazioni industriali per l’Intelligenza Artificiale partecipativa del CNEL. L’obiettivo è raccogliere esperienze, diffondere buone pratiche e fare dell’IA un terreno di cooperazione tra imprese, lavoratori e istituzioni.
La cornice europea va nella stessa direzione. L’AI Act (Regolamento UE 2024/1689) adotta una visione antropocentrica, l’intelligenza artificiale come strumento affidabile e trasparente al servizio della persona, e all’articolo 26 impone ai datori di lavoro di informare preventivamente i lavoratori e i loro rappresentanti quando introducono sistemi ad alto rischio che incidono sul lavoro. L’obbligo si ferma all’informazione: la partecipazione è lo spazio che resta da costruire.
A livello nazionale, l’Italia dispone già di due strumenti che chiedono solo di essere messi in comunicazione. La legge 76 del 15 maggio 2025, sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili, ha istituito presso il CNEL la Commissione nazionale permanente per la partecipazione. La legge 132 del 23 settembre 2025 sull’intelligenza artificiale stabilisce, all’articolo 11, che va impiegata nel lavoro per migliorarne le condizioni, accrescere la qualità delle prestazioni e aumentare la produttività delle persone.
Tra le due manca leggi il ponte: per costruirlo serve una sede capace di tenere insieme competenze tecniche, rappresentanza sociale e iniziativa legislativa, senza bisogno di erigere un nuovo apparato. Quella sede la nostra Costituzione l’ha individuata sin dal 1948: l’articolo 99 attribuisce proprio al CNEL, organo che riunisce esperti e rappresentanti delle categorie produttive, il compito di consulenza delle Camere e del Governo, riconoscendogli l’iniziativa legislativa e il concorso all’elaborazione della legislazione economica e sociale.
Il modello britannico: l’AI Economics Institute
Quanto sia attuale quel disegno lo dice il governo inglese, che la stessa fusione di economia e lavoro ha dovuto costruirla per via amministrativa.
L’8 giugno 2026 il Regno Unito ha creato l’AI Economics Institute, il primo centro pubblico dedicato a studiare gli effetti economici dell’intelligenza artificiale. Raccoglie dati e coinvolge sindacati, ricercatori e i principali sviluppatori di modelli, da Anthropic a Google, Microsoft e OpenAI, oltre ad aziende come BT, Rolls-Royce ed EDF, per fornire ai decisori analisi indipendenti su produttività, lavoro e crescita.
L’Italia ha già una legge, due autorità nazionali – l’ACN e l’AgID – una strategia nazionale e fino a un miliardo di euro su intelligenza artificiale e tecnologie connesse. Manca, però, un punto stabile da cui osservarne gli effetti su produttività, occupazione e crescita.
È il vuoto che il Regno Unito ha colmato con un istituto dedicato. L’Italia, però, parte avvantaggiata e la risposta sta nell’articolo 99 della Costituzione: dispone già del CNEL e del suo patrimonio informativo, dall’Archivio dei contratti collettivi ai dati INPS, che coprono milioni di lavoratori. È lì che l’IA entra davvero nel lavoro, attraverso mansioni, salari e organizzazione. Ed è lì che va osservata.
La proposta: un Comitato per l’economia dell’IA presso il CNEL
Da qui una proposta concreta: potrebbe essere istituito presso il CNEL un Comitato per l’economia dell’intelligenza artificiale, con le due funzioni del modello britannico.
L’obiettivo è costruire una base di evidenza sugli effetti economici dell’IA, distinguendo impatti per territori, settori, generi e generazioni, e sviluppare scenari che colleghino adozione e crescita dentro un quadro di incertezza. Non un soggetto di policy, ma un riferimento stabile per il monitoraggio previsto dalla legge e per la Strategia nazionale, senza interferire con le competenze degli altri soggetti pubblici chiamati a operare sul fenomeno.
La Commissione nazionale permanente per la partecipazione dei lavoratori che la legge 76 ha già insediato presso il CNEL potrebbe operare in questo senso: trasformare i numeri del Comitato in criteri condivisi di misurazione dei guadagni, in clausole-tipo per la contrattazione collettiva, in accordi aziendali e territoriali; fissare gli standard di trasparenza algoritmica e di partecipazione alla costruzione dei sistemi nei luoghi di lavoro; proporre al Parlamento gli interventi che colleghino innovazione, produttività e distribuzione, con regole proporzionate alla dimensione delle imprese.
Dalla scala nazionale a quella europea
Vale per il modello britannico e, a maggior ragione, a un livello superiore: non ci si può fermare al confine nazionale. Serve una sede europea, che non replicherebbe quella nazionale ma la completerebbe. L’Europa costruirebbe l’evidenza che i singoli Paesi non possono raggiungere da soli; gli Stati la tradurrebbero in contesti e contrattazione.
Lo stesso principio vale per il calcolo: con EuroHPC, le AI Factories e le Gigafactories l’Europa ha già scelto la scala comune. Per coerenza, la stessa scala serve anche all’evidenza sugli effetti dell’IA.
L’esempio del CERN e dell’ESA: federare la conoscenza fuori dai Trattati
Un riferimento a cui ispirarsi potrebbe essere quello del CERN, che nacque per ridare all’Europa una capacità scientifica di frontiera che nessun Paese reggeva da solo, contro il primato americano nella fisica. Regge su un proprio trattato e una propria personalità giuridica, una Coopetizione tra Stati che competono sul piano economico e cooperano su quello del sapere; e per questo tiene dentro, tra i venticinque membri di oggi, il Regno Unito e la Svizzera. La Brexit non ha tolto Londra dal CERN, perché l’adesione vive sulla convenzione e non sui Trattati dell’Unione. E si finanzia in comune, con gli Stati nel Consiglio, senza proprietario unico né nazionalizzazione della scienza.
Sullo stesso schema vive l’ESA, l’Agenzia spaziale europea: convenzione propria firmata nel 1975, ventitré Stati membri, fra cui Regno Unito, Svizzera e Norvegia, e programmi come Galileo e Copernicus sviluppati per conto dell’Unione senza esserne un organo. L’Europa sa già federare capacità fuori dai Trattati, quando la scala lo impone.
La sede europea aggiungerebbe la rappresentanza che il CESE esercita solo in forma consultiva, datori, sindacati ed esperti, e le darebbe autorità di evidenza. Riunirebbe in un’unica sede ciò che dentro i confini resta diviso tra il consiglio economico e sociale e le università: un’ambizione più larga di quella nazionale, e la casa istituzionale della quinta libertà che Enrico Letta, nel rapporto del 2024 sul mercato unico, ha aggiunto alle quattro classiche, la libera circolazione di ricerca, conoscenza, innovazione e istruzione.
La sede europea e il Comitato presso il CNEL darebbero una forma a ciò che è già stato deciso: il presidio di evidenza che all’agenda Draghi ancora manca, e il luogo dove la quinta libertà diventa un’istituzione, dal nodo nazionale alla scala continentale.
Così, il potere pubblico svolgerebbe le due funzioni che la fase richiede, quella industriale dell’accesso e della concorrenza e quella sociale della distribuzione dei guadagni, ciascuna alla scala che le è propria: continentale l’infrastruttura e l’evidenza; nazionale, invece, la traduzione in patti. È la condizione della sostenibilità politica della trasformazione, prima ancora che della sua efficienza.
La posta in gioco: orientare la rivoluzione tecnologica verso fini collettivi
Un secolo fa la domanda era chi possedesse l’officina del gas, la rete elettrica, la ferrovia. Oggi è chi possiede il calcolo, chi governa l’algoritmo, e a quale scala l’Italia e l’Europa scelgono di rispondere. Lasciare l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale a pochi soggetti globali ridurrebbe lo Stato a spettatore della più importante trasformazione produttiva del nostro tempo; costruirne una quota pubblica, europea e contendibile significa tenere aperti mercato, concorrenza e libertà di entrata.
La posta in gioco è la capacità dello Stato di orientare la rivoluzione tecnologica verso fini collettivi: mercati aperti, accesso alle infrastrutture, diffusione dell’innovazione, partecipazione dei lavoratori, equa distribuzione dei guadagni. È una scelta sui fini, e dunque politica. Per la prima volta da molto tempo, quella domanda torna a porsi con chiarezza.
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C’è una Venezia che non appare nelle fotografie e sfugge alle statistiche ufficiali. È la città che, ogni mattina, si anima con l’arrivo di un milione di persone che la abitano.
Un milione di persone che usano l’area urbana estesa, che include i quindici comuni legati alla laguna dai flussi quotidiani di lavoro, studio, servizi. Un sistema urbano di rango europeo, quello che Venice Sustainability Foundation – VSF identifica come Venezia funzionale, perché è quella che “funziona” davvero, coinvolgendo quasi quattro volte la popolazione anagrafica del Comune di Venezia.
L’Analisi dei flussi di presenza a Venezia. Rapporto 2026, che VSF si appresta a pubblicare, nasce da tre anni di analisi paziente dei passive mobile data (PMD) raccolti da TIM per la Smart Control Room del Comune di Venezia. Il risultato è la prima fotografia sistematica di chi vive davvero Venezia ogni giorno: non più l’assioma dei veneziani che se ne vanno e dei turisti che arrivano, ma un ecosistema articolato di city user, ciascuno con ritmi, esigenze, modalità diverse di abitare e utilizzare la città.
Venezia non è una città in costante contrazione, come vuole farci credere il racconto corrente. I dati raccontano altro: Venezia cresce dove non la si guarda, si trasforma dove tutti la osservano e, ogni giorno, ospita una complessità che la semplice dicotomia tra residenti e turisti non riesce a contenere.
La città che vive e che respira
La metafora più efficace è quella del polmone. Partiamo dall’isola, la Venezia che tutti conoscono, che registra una presenza media giornaliera di 223.000 persone.
Venezia storica si gonfia di giorno e si sgonfia di notte, quando restano soltanto i residenti (circa 48.000) e chi, visitatore, ha scelto di trascorrervi la notte (circa 35.000). Tra i numeri diurni e quelli notturni c’è una differenza di 134.000 persone: ogni sera l’isola si svuota di una popolazione pari a quella di una città di medie dimensioni.
A rendere ancora più evidente la profondità di questo respiro è l’escursione tra il picco massimo e il minimo dell’intero triennio: 305.000 presenze nel sabato della Festa del Redentore, contro 131.000 presenze del giorno di Natale.
Quel sabato di luglio, sull’isola c’erano più persone di quante ne vivano a Verona, mobilitando un’organizzazione che coinvolge tutta la terraferma veneziana. Venezia può più che raddoppiare sé stessa a seconda del momento dell’anno. Governare questa oscillazione — non solo gestirne i picchi — è la sfida che il Rapporto pone al centro dell’agenda politica veneziana. Venezia di terraferma registra 376.000 presenze giornaliere medie, quasi il 70% in più rispetto a Venezia storica. L’intero Comune di Venezia raggiunge 685.000 presenze giornaliere: quasi tre volte la popolazione anagrafica. E se si allarga lo sguardo alla Venezia funzionale, la vera – quanto invisibile – città dei veneziani dei quindici comuni che orbitano attorno alla laguna seguendo le traiettorie quotidiane del lavoro e dei servizi, si arriva a un milione. Ogni volta che si parla di overtourism, di spopolamento, di città che muore, il racconto, oggi concentrato solo su una parte, ha bisogno di estendersi al tutto reale.
I residenti: il baricentro si sposta in terraferma
I residenti restano, comunque, la categoria più stabile per presenze giornaliere. Non sono semplici utenti della città: ne sono la struttura portante, il presidio quotidiano, la misura più diretta del suo equilibrio tra l’apertura al mondo e la capacità di mantenere una vita urbana autentica. La componente residente è in trasformazione e riguarda, soprattutto, chi vive e lavora nell’isola, mentre cresce chi l’abita ma lavora altrove. Questa distinzione — tra residenti stanziali (vivono e lavorano nel Centro storico) e non stanziali (vivono nel Centro storico, ma lavorano altrove) — è uno dei contributi più originali del Rapporto. I primi calano rapidamente: riflettono insieme lo spopolamento registrato dall’anagrafe e la contrazione delle opportunità lavorative locali. I secondi crescono: segnalano che una parte della residenza veneziana sopravvive, anche separandosi funzionalmente dal lavoro locale. In terraferma accade il contrario: i residenti crescono, e i non stanziali aumentano a un tasso doppio rispetto all’isola. Il baricentro residenziale del sistema veneziano si sposta, quindi, “de là de l’acqua”.
I visitatori: il turismo che cambia pelle
Nonostante la stima parli di 43,5 milioni di visitatori, nel triennio si registra una stabilizzazione sull’isola storica, mentre crescono sulla terraferma e a livello comunale. Il dato aggregato nasconde una trasformazione interna: il turismo veneziano è più italiano, meno straniero.
Più pernottante, meno escursionistico. Venezia storica è il cuore del turismo pernottante: quasi due turisti su tre che dormono nel Comune lo fanno per visitare l’isola. La stagione ad alta attrattività è lunga e va da aprile a ottobre, con settembre e ottobre al picco, e febbraio a fare da picco secondario grazie al Carnevale. Nel 2023, le presenze totali in Venezia storica erano il 3,6% più alte nel weekend rispetto ai giorni feriali. Nel 2025, i numeri si equivalgono. Il fine settimana non è più la variabile che fa esplodere i flussi: è il venerdì il giorno che emerge come nuova punta, forse complice il Contributo d’Accesso (CdA) che sposta la frequentazione verso i giorni adiacenti. VSF propone nel Rapporto una prima misurazione sperimentale dell’impatto del CdA, basata esclusivamente sui dati PMD del triennio. La conclusione è cauta ma significativa: il CdA produce una voluta contrazione dell’escursionismo. Ciò che emerge già oggi con chiarezza è che l’obiettivo del CdA non è soltanto generare un effetto dissuasivo: è migliorare la capacità di leggere, prevedere e gestire gli accessi alla città storica.
Gli altri: chi vive Venezia senza né abitarla né visitarla
La scoperta più originale del rapporto riguarda una terza classe di city user che rappresenta la componente strutturalmente più dinamica – e meno visibile – della vita urbana veneziana: chi non abita a Venezia, ma la vive e la attraversa ogni giorno per lavoro, studio, servizi o per il transito. Questa categoria cresce più rapidamente dei residenti e dei visitatori. È il segnale che Venezia continua ad affermarsi come nodo urbano e infrastrutturale, oltre che come destinazione. I pendolari sono coloro che lavorano o studiano nell’area senza risiedervi. Nell’isola storica crescono i pendolari dal bacino comunale e si riducono quelli da fuori Comune. I prossimali sono, forse, la categoria più rivelatrice: sono i veneziani di terraferma che si recano nel centro storico non per lavoro, ma per usufruire di ciò che distingue il vivere urbano: i servizi, le istituzioni, il passeggio, nonostante, nel caso di Venezia, le difficoltà di superare la cesura lagunare.
Crescono nel triennio, con il tasso più elevato tra tutte le categorie presenti in Venezia storica. Infine, i transitanti sono coloro che attraversano senza fermarsi. In terraferma sono la seconda categoria per consistenza dopo i residenti, riflesso del ruolo di Mestre come nodo infrastrutturale, ferroviario, autostradale e aeroportuale.
Prospettive 2026: crescita aggregata, tensioni strutturali
Venezia storica è attesa in crescita rispetto al 2025, con residenti in lieve ulteriore calo e visitatori in rimbalzo dopo la flessione dell’anno precedente. La terza classe — pendolari, prossimali, transitanti — cresce in linea con la tendenza del triennio. La sfida dei prossimi anni è trasformare questa complessità in equilibrio.
Non solo.
Questo riconoscimento — fattuale, non frutto di auspici — della “città funzionale” dà credibilità al posizionamento di Venezia come autentico motore economico e culturale: per il Nord-Est, per l’Alto Adriatico e, guardando appena oltre, per la macroregione europea Adriatico-Ionica.
Nella sua dimensione funzionale e regionale, Venezia ha oggi tutte le carte per tornare a essere il baricentro — strategico e infrastrutturale — di un sistema per l’Alto Adriatico formato, in primo luogo, dalla consorella Friuli-Venezia Giulia, e, in prospettiva, all’interno di un arco geografico più ampio che, da Ancona, attraversa l’Emilia-Romagna e il Nord-Est, per raggiungere Capodistria e Fiume-Rijeka.
La ricerca di VSF dimostra come il monitoraggio sistematico dei passive mobile data sia lo strumento che rende possibile una governance con confini più ampi di quelli tradizionalmente intesi.
Il primo passo da compiere è smettere di raccontare Venezia attraverso luoghi comuni e iniziare a leggerla per ciò che è davvero: una città complessa, dinamica e tutt’altro che in declino. In poche parole, “la più antica città del futuro”.
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di Renato Brunetta, Presidente del CNEL, e Michele Tiraboschi, Presidente Commissione dell’informazione del CNEL
Il metabolismo del lavoro italiano è affidato, in larga misura, alla contrattazione collettiva.
E, come ogni metabolismo complesso, non può essere governato e migliorato senza essere prima osservato, misurato e compreso.
È questa, in fondo, la ragione più profonda del percorso intrapreso dal CNEL all’inizio dell’attuale consiliatura: il radicale ripensamento dell’Archivio nazionale dei contratti. Un’esigenza maturata dopo aver preso atto, con il documento di Osservazioni e proposte sul salario minimo del 12 ottobre 2023, dell’assenza di un patrimonio informativo e conoscitivo adeguato in materia salariale e contrattuale.
Un percorso che trova ora pieno compimento nella nuova infrastruttura pubblica della conoscenza costruita e messa online nei giorni scorsi sul nuovo portale istituzionale del CNEL.
La contrattazione collettiva non determina soltanto salari, regole e condizioni di lavoro. Classifica e aggiorna i mestieri e le professionalità, attribuisce valore economico al lavoro, accompagna l’innovazione organizzativa, stimola condivisione e partecipazione, sostiene la produttività, disciplina il welfare negoziale e orienta l’evoluzione dei mercati del lavoro.
È questo il metabolismo del sistema. Un metabolismo che, per funzionare efficacemente, richiede istituzioni capaci di renderne trasparenti le regole, osservabili le dinamiche e comparabili i risultati.
È questa la grande intuizione della “legge Mattarella” del 1986. Una riforma che quest’anno compie quarant’anni e che con sorprendente lungimiranza, se solo pensiamo alle dotazioni tecnologiche dell’epoca, non si limitò a ridefinire il ruolo del CNEL, ma gli affidò una missione nuova: contribuire alla costruzione di una base conoscitiva comune sul mercato del lavoro e sulla contrattazione collettiva, a supporto delle decisioni pubbliche, del dialogo tra le parti sociali e dell’attività del Parlamento e del Governo. Non è casuale che la relazione parlamentare parlasse di una sorta di check point della conoscenza, destinato a far convergere istituzioni e rappresentanze sociali su dati condivisi, prima ancora dell’avvio del confronto politico o della contrattazione.
Per dare concreta attuazione a questo disegno, il legislatore immaginò una architettura istituzionale composta da tre elementi strettamente collegati: la Commissione dell’informazione, chiamata a svolgere un esame critico delle fonti disponibili; una banca dati sul mercato del lavoro, sui costi e sulle condizioni di lavoro; l’Archivio nazionale dei contratti collettivi, destinato a raccogliere, conservare e rendere pubblicamente consultabili i testi autentici della contrattazione nazionale.
Per lungo tempo, tuttavia, quel progetto è rimasto solo parzialmente realizzato. Le informazioni esistevano, ma erano frammentate. I contratti erano depositati, ma difficilmente confrontabili. Le banche dati dialogavano poco tra loro. Ogni istituzione pubblica osservava una parte della realtà: il CNEL custodiva i contratti collettivi di livello nazionale, l’INPS raccoglieva i flussi contributivi, il Ministero del lavoro le comunicazioni obbligatorie e la contrattazione decentrata di produttività, l’ISTAT produceva le statistiche sulle retribuzioni contrattuali, l’Ispettorato pubblicava gli esiti della attività di vigilanza. Mancava però una infrastruttura capace di mettere queste informazioni in relazione e trasformarle in conoscenza condivisa.
Negli ultimi anni questo scenario è profondamente cambiato. Il codice alfanumerico unico dei contratti collettivi attribuito dal CNEL, l’integrazione dell’Archivio con i flussi UNIEMENS dell’INPS, la riconduzione dei contratti alla classificazione ATECO delle attività economiche, il rafforzamento della banca dati sul mercato del lavoro e, più recentemente, gli interventi del Governo in materia di salario giusto e trasparenza retributiva hanno progressivamente dato corpo a quella infrastruttura della conoscenza immaginata quasi quarant’anni fa.
Non si tratta di una semplice evoluzione tecnologica.
È un cambiamento nel modo stesso di concepire le politiche del lavoro.
La direttiva europea sui salari minimi adeguati ha chiarito, con grande nettezza, che gli Stati membri devono dotarsi di strumenti efficaci per raccogliere, organizzare e monitorare i dati sulla contrattazione collettiva e sui sistemi salariali, assicurando che le informazioni sulla tutela garantita dai contratti collettivi siano pubbliche, complete e facilmente accessibili anche ai lavoratori. La qualità delle politiche salariali dipende, infatti, dalla qualità delle informazioni disponibili. Senza dati affidabili non è possibile misurare la copertura della contrattazione collettiva, confrontare i trattamenti economici, valutare gli effetti delle politiche retributive o verificare l’effettiva applicazione delle regole.
In tale prospettiva cambia anche la funzione dell’Archivio nazionale dei contratti collettivi del CNEL. Non è più una raccolta documentale e tanto meno una raccolta dei soli contratti di livello nazionale. È una infrastruttura pubblica della conoscenza della contrattazione collettiva, tanto a livello verticale –settore, prossimità aziendale – che a livello orizzontale – nazionale, prossimità territoriale -.
I contratti oggi non vengono più semplicemente conservati. Vengono classificati secondo i mercati del lavoro ai quali si riferiscono, attraverso la tassonomia ATECO, identificati mediante un codice univoco, collegati ai dati amministrativi che ne attestano l’effettiva applicazione, organizzati in schede che ne rendono immediatamente leggibili i principali contenuti normativi ed economici.
Il contratto collettivo cessa, così, di essere soltanto un documento giuridico e diventa un sistema informativo capace di dialogare con le altre banche dati pubbliche. Non solo. Operatori, imprese e gli stessi lavoratori potranno entrare agevolmente nei contenuti retributivi e normativi dei contratti collettivi assistiti da motori di ricerca e da strumenti di intelligenza artificiale.
La portata di questo cambiamento va ben oltre il dibattito sulla contrattazione collettiva. Si pensi agli appalti e agli affidamenti pubblici che, nel solo 2025 e limitatamente alle procedure di importo pari o superiore a 40.000 euro, hanno raggiunto un valore complessivo di oltre 309,7 miliardi di euro.
Il nuovo Codice dei contratti pubblici attribuisce alle stazioni appaltanti il compito di individuare il contratto collettivo sottoscritto dagli attori comparativamente più rappresentativi, in coerenza con l’oggetto dell’affidamento, e di verificare l’eventuale equivalenza delle tutele garantite da contratti diversi.
Per svolgere questa funzione non è sufficiente disporre di una raccolta di testi contrattuali. Occorre una infrastruttura che colleghi il contratto alla attività economica, ne renda conoscibile il campo di applicazione, ne evidenzi i contenuti essenziali e consenta confronti omogenei.
È precisamente questo il servizio che il nuovo Archivio del CNEL è, oggi, in grado di offrire alle stazioni appaltanti, grazie anche alla collaborazione istituzionale con l’Autorità Nazionale Anticorruzione: fornire alle amministrazioni strumenti comuni per individuare il contratto di riferimento, orientare le verifiche di equivalenza e rafforzare la qualità delle procedure di gara.
Lo stesso vale per le attività ispettive, per il monitoraggio delle dinamiche salariali previsto dal decreto del 1° maggio, per la verifica della corretta applicazione dei contratti collettivi, per gli studi sul mercato del lavoro e per la stessa attività delle organizzazioni sindacali e datoriali. La conoscenza non costituisce un obiettivo fine a sé stesso. È una condizione essenziale perché la contrattazione collettiva possa continuare a svolgere quella funzione ordinatrice dei mercati del lavoro che il legislatore italiano – e quello europeo – le riconoscono con crescente chiarezza.
In questo quadro si colloca anche il nuovo portale del CNEL.
La vera innovazione non è tecnologica o grafica, ma istituzionale.
Per la prima volta, le due principali infrastrutture pubbliche della conoscenza sul lavoro diventano accessibili attraverso un’unica piattaforma: la Banca dati sul mercato del lavoro, che organizza e integra le principali fonti informative pubbliche, e l’Archivio nazionale dei contratti collettivi, che rende trasparenti le regole attraverso le quali il lavoro viene disciplinato e organizzato.
La messa a terra di queste fondamentali innovazioni è già in corso e vede una costante sinergia operativa tra CNEL, Ministero del Lavoro, ANAC, INPS ed INAIL. È un lavoro che, dopo aver accompagnato la fase immediatamente successiva all’adozione del decreto, impegna quotidianamente le rispettive strutture direzionali e organizzative.
La prima e fondamentale tappa operativa è rappresentata dall’immediata adozione dell’atto di intesa che renderà operativa la sezione dell’Archivio CCNL dedicata ai contratti di secondo livello. Un passaggio strategico, destinato a garantire la piena ed effettiva interoperabilità tra le banche dati, sistematizzando linguaggi e prassi amministrative e rendendo sempre più convergente, complementare ed efficace il rapporto tra pubbliche amministrazioni, imprese e mondo del lavoro.
A questa prima fase seguiranno, entro la fine dell’anno, ulteriori sviluppi dell’Archivio, finalizzati a potenziarne le funzioni di supporto alle stazioni appaltanti. Saranno progressivamente rese disponibili schede contrattuali standardizzate, elaborate in modo sistematico e continuativo, contenenti la ricostruzione oggettiva delle voci economiche e dei parametri normativi di cui all’Allegato I01 del D.Lgs. 209/2024, il cosiddetto “Correttivo” al Codice dei Contratti Pubblici, D.Lgs. 36/2023.
L’obiettivo finale del CNEL, in stretta correlazione con i processi attuativi del d.lgs 96/2026 in materia di trasparenza e parità retributiva, è rendere la piattaforma dell’Archivio un vero e proprio hub multifunzionale e interattivo, in grado di essere accessibile e di dare risposte puntuali e chiare alla platea degli oltre 17 milioni di lavoratori privati, rendendo sempre più accessibili e leggibili i contratti collettivi di lavoro semplicemente digitando il codice alfanumerico che, grazie alle disposizioni del decreto lavoro, entrerà a breve a pieno titolo nelle buste paga mensili.
L’obiettivo è innescare un processo destinato a crescere nel tempo: mettere ogni lavoratore nelle condizioni di conoscere facilmente i propri diritti contrattuali, maturare una piena consapevolezza della loro centralità e promuovere un senso di responsabilità, individuale e collettiva, capace di rafforzare la contrattazione collettiva e il ruolo di chi, a partire dalle organizzazioni sindacali, ne è attore e interprete ogni giorno nei luoghi di lavoro.
Ma il CNEL non intende fermarsi qui. Occorre, infatti, accompagnare questo processo, grazie alla fondamentale collaborazione con le organizzazioni datoriali, con un’analoga attività di coinvolgimento e sensibilizzazione sul valore del lavoro e sulla giusta retribuzione lungo l’intera filiera produttiva, fino ad arrivare al consumatore finale.
Per questo, all’indicazione del codice alfanumerico CNEL in ogni busta paga può – e dovrebbe – affiancarsi un QR code esposto nei luoghi di produzione, distribuzione e vendita, capace di rendere immediatamente conoscibile il contratto collettivo applicato ai lavoratori. È un passo ulteriore verso una filiera pienamente trasparente, che dovrebbe progressivamente estendersi fino ai singoli prodotti e servizi. Perché ogni acquisto è anche una scelta di valore: dietro ogni bene e ogni servizio devono esserci lavoro regolare, diritti contrattuali pienamente riconosciuti e una giusta retribuzione, nel solco dell’articolo 36 della Costituzione.
Le grandi infrastrutture materiali del Novecento hanno sostenuto lo sviluppo economico rendendo possibile la circolazione di persone, merci ed energia. Le infrastrutture pubbliche del XXI secolo rendono possibile la circolazione della conoscenza. Nel mercato del lavoro italiano questa infrastruttura prende oggi forma attraverso la Banca dati sul mercato del lavoro e l’Archivio nazionale dei contratti collettivi del CNEL.
Non è un progetto tecnologico. È una strategia istituzionale, costruita assieme agli attori del nostro sistema di relazioni industriali, che mira a rendere il mercato del lavoro più osservabile, la contrattazione collettiva più trasparente e le politiche pubbliche più informate.
Perché conoscere, prima ancora che deliberare, è il primo dovere delle istituzioni.
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L’APPELLO SU ‘LA REPUBBLICA’
FIRMA ANCHE TU L’APPELLO
Le tragedie che hanno segnato il nostro Paese hanno provocato dolore profondo e meritano rispetto, memoria e giustizia.
Ma proprio perché la giustizia è un valore essenziale della nostra democrazia, essa deve restare saldamente ancorata ai principi dello Stato di diritto.
La responsabilità penale è personale. Così stabilisce la Costituzione. Essa non può coincidere con la posizione ricoperta, né derivare automaticamente dal ruolo di vertice esercitato in organizzazioni complesse.
Nelle grandi imprese, pubbliche e private, le decisioni sono affidate a strutture articolate, competenze specialistiche, procedure, controlli e responsabilità distribuite. Per questo l’accertamento della responsabilità individuale deve fondarsi sempre sui fatti, sulle condotte concretamente poste in essere, sui poteri effettivamente esercitati e sul nesso causale, mai sulla sola funzione ricoperta.
Diversamente, il rischio è quello di introdurre, di fatto, una forma di responsabilità oggettiva incompatibile con i principi fondamentali del nostro ordinamento.
È una questione che riguarda tutti. Non soltanto chi oggi guida imprese e organizzazioni, ma la qualità dello Stato di diritto, la certezza del diritto, la competitività del Paese e la capacità di attrarre persone competenti chiamate ad assumere responsabilità sempre più complesse. La tutela delle vittime e il rigoroso accertamento delle responsabilità individuali non sono principi alternativi. Si rafforzano reciprocamente.
Per questo chiediamo che il dibattito pubblico e istituzionale riaffermi con chiarezza
un principio che appartiene alla tradizione giuridica europea e alla nostra
Costituzione: la responsabilità penale è personale. Difenderlo significa difendere lo
Stato di diritto.
La fiducia nelle istituzioni, nella magistratura e nell’impresa passa anche dal rigoroso
rispetto di questo principio.
di Renato Brunetta, Presidente del CNEL, e Michele Tiraboschi, Presidente Commissione dell’informazione del CNEL
La conversione definitiva in legge del decreto 1° maggio ha inevitabilmente portato in primo piano la questione salariale e le misure adottate dal Governo in materia di retribuzione in attuazione dell’articolo 36 della Costituzione. Come ha più volte sottolineato il Ministro del Lavoro, Marina Calderone, il nucleo centrale della riforma è rappresentato dalla scelta di valorizzare la contrattazione collettiva quale strumento per garantire una retribuzione giusta – non solo sufficiente -, adeguata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato.
Per imprese, lavoratori, organizzazioni sindacali e operatori del mercato del lavoro, questo è il cuore della nuova disciplina: la risposta italiana alla questione salariale non passa attraverso una tariffa standard fissata per legge, ma risiede nel rafforzamento della contrattazione collettiva e dei sistemi di relazioni industriali.
È una scelta che chiude una lunga stagione di polemiche e divisioni sul salario minimo e inaugura una nuova e delicata fase istituzionale, chiamata a dare concreta attuazione alla promessa del salario giusto. Proprio perché il salario giusto rappresenta il cuore del provvedimento, è allora importante soffermarsi su un secondo aspetto della riforma, meno visibile ma destinato, probabilmente, a produrre effetti duraturi nel tempo.
Nessuna politica salariale può, infatti, essere credibile se non è accompagnata dalla possibilità di conoscere, misurare e verificare i trattamenti economici effettivamente applicati nei diversi settori produttivi.
Per molti anni il dibattito italiano sui salari si è sviluppato in una situazione paradossale. Si discuteva di lavoro povero, dumping contrattuale, rappresentanza e adeguatezza delle retribuzioni senza però disporre di una infrastruttura pubblica realmente in grado di osservare il fenomeno nella sua interezza, partendo dai salari contrattuali per arrivare ai salari reali. Ogni istituzione aveva una – sola – tessera del mosaico, ma nessuna aveva quadro completo. Il CNEL custodiva i contratti collettivi. L’INPS raccoglieva i flussi contributivi. Il Ministero del Lavoro riceveva le comunicazioni obbligatorie e i depositi della contrattazione di produttività. L’Ispettorato svolgeva l’attività di vigilanza. L’ISTAT monitorava i salari dei principali contratti nazionali di settore. Le parti sociali osservavano il fenomeno dai rispettivi punti di vista. Quello che mancava era una visione di insieme e, soprattutto, una sede istituzionale di raccordo, monitoraggio e valutazione.
È precisamente su questo terreno che la legge appena approvata introduce una innovazione, forse non ancora pienamente percepita nella sua valenza istituzionale e di sistema e che, proprio per questo, merita attenzione. La novità non consiste soltanto nell’avere individuato nella contrattazione collettiva qualificata, cioè sottoscritta da attori realmente rappresentativi, il parametro di riferimento per il salario giusto. Decisiva è infatti la costruzione di una vera infrastruttura pubblica della conoscenza delle dinamiche retributive e degli assetti reali della contrattazione collettiva in Italia.
Il codice univoco dei contratti collettivi, l’integrazione delle banche dati pubbliche in materia di lavoro, il monitoraggio sistematico – contratto per contratto – dei salari, il rapporto nazionale sulle retribuzioni che dovrà verificare anche le dinamiche della produttività e del costo della vita, il nuovo archivio amministrativo della contrattazione decentrata, la possibilità di ricostruire il trattamento economico complessivo previsto dai contratti leader sono tutti tasselli di un unico disegno. Presi singolarmente possono apparire adempimenti tecnici di poco fascino o pedanti procedure amministrative. Considerati nel loro insieme delineano, invece, un cambiamento più profondo: la costruzione delle condizioni necessarie per rendere il mercato del lavoro finalmente trasparente, osservabile e più facilmente comprensibile anche in chiave territoriale e di genere.
Si tratta di un passaggio che va ben oltre la materia salariale.
Negli ultimi anni abbiamo imparato che il valore pubblico non nasce soltanto dalle norme, ma anche dalla capacità delle istituzioni di mettere in relazione informazioni che prima erano separate. Lo vediamo nella sicurezza sul lavoro, nella lotta al caporalato, nelle politiche attive, nella prevenzione delle irregolarità e nella disciplina dei contratti pubblici. Lo vediamo oggi anche sul terreno dei salari e della contrattazione collettiva. La questione salariale non può essere affrontata limitandosi a discutere se una determinata paga sia alta o bassa. Occorre comprendere quali contratti vengono realmente applicati, quali trattamenti economici garantiscono nel complesso, quale ruolo svolgono la contrattazione aziendale, il welfare contrattuale, la produttività, la formazione, i sistemi di classificazione professionale e i relativi livelli di inquadramento contrattuale. Occorre soprattutto disporre, secondo una impostazione già presente nella legge “Mattarella” del 1986 sulla regolazione delle attribuzioni del CNEL, di informazioni affidabili e condivise che aiutino l’attività ispettiva e di controllo e facilitino i processi decisionali, tanto a livello politico che sindacale.
Da questo punto di vista la nuova normativa introduce una infrastruttura che non sostituisce il ruolo delle parti sociali e non invade il campo della autonomia collettiva. Al contrario, la rafforza. Perché una buona contrattazione collettiva ha bisogno di trasparenza, conoscenza e soprattutto comparabilità dei diversi assetti normativi e retributivi. Ha bisogno di dati che consentano di distinguere i sistemi contrattuali realmente rappresentativi da quelli costruiti per abbassare artificialmente il costo del lavoro o alimentare sistemi bilaterali fittizi. Ha bisogno di strumenti che rendano leggibili le politiche salariali e le dinamiche della produttività e i loro effetti sui territori, sulle imprese e sulle persone.
La qualità delle politiche pubbliche dipende sempre più dalla qualità delle informazioni disponibili. Vale per la sanità, vale per la scuola, vale per la sicurezza. Vale oggi anche per il lavoro. Il salario giusto resta il fine della riforma, come giustamente evidenziato dal Ministro Calderone. La vera sfida che si apre ora è costruire le condizioni istituzionali che consentano di renderlo conoscibile, verificabile e concretamente esigibile. Perché non può esistere una buona politica salariale senza una adeguata conoscenza della realtà che si intende governare.
In questi giorni non sono mancate le osservazioni secondo cui il rinvio alla contrattazione collettiva lascerebbe alle imprese una eccessiva discrezionalità nella scelta del contratto da applicare. È una questione certamente meritevole di attenzione. Ma proprio per questo il legislatore non si è limitato a richiamare i contratti collettivi comparativamente più rappresentativi. La scelta del contratto collettivo e del relativo trattamento retributivo non è più lasciata al singolo datore di lavoro. Viene inserita dentro una infrastruttura istituzionale di trasparenza, schedatura e comparazione dei trattamenti retributivi, verificabilità in sede ispettiva e in termini di condizionalità all’accesso agli incentivi pubblici che prima non esisteva.
Più contrattazione di qualità, dunque, per il salario giusto, dentro un’architettura istituzionale di trasparenza e controllo.
È questa la vera novità della riforma. Per una nuova stagione di relazioni industriali.
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PER CONSULTARE TUTTI I MATERIALI DELLA GIORNATA
Il mio intervento di apertura al convegno “Francesco e l’economia civile”, organizzato al CNEL in collaborazione con il Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco.
“Una nuova ‘cassetta degli attrezzi’ per governare le sfide del presente e del futuro”. È l’immagine con cui il presidente del CNEL Renato Brunetta ha aperto a Villa Lubin i lavori del convegno “Francesco e l’economia civile” indicando nei valori dell’economia civile di Antonio Genovesi uno dei pilastri dell’attuale Consiliatura (cliccare qui per il video-intervento).
“Questa mia nuova avventura prende proprio questa come architrave”, ha detto, “una piattaforma capace di affiancare alla tradizione della rappresentanza e dei corpi intermedi una grammatica nuova e complementare all’attuale, per leggere e governare le transizioni economiche, geopolitiche, tecnologiche”.
Brunetta ha ricostruito la genealogia di quel percorso, a partire dalla riscoperta di Giovanbattista Vico e di Antonio Genovesi, fino al discorso del presidente Mattarella all’Assemblea generale di Confindustria il 15 settembre 2023, in cui il Capo dello Stato richiamò l’economia civile come concetto radicato nell’illuminismo napoletano del Settecento, che in Genovesi trova “un solido riferimento”. Pochi giorni dopo, il 22 settembre 2023, si apriva la nuova Consiliatura: “E la Consiliatura, la mia nuova avventura istituzionale, nasce proprio da qui”.
Su quell’intuizione, ha spiegato, è stato costruito il ragionamento introduttivo dell’Assemblea di apertura, “leggendo insieme l’articolo 99 della Costituzione, i corpi intermedi, l’economia civile”. Da lì un impianto di ricerca che ha appena prodotto un volume di oltre cinquecento pagine in uscita per Il Mulino, curato da Brunetta con Leonardo Becchetti, Flavio Felice, Enrico Giovannini e Giorgio Vittadini, dal titolo “Corpi intermedi, società civile ed economia sociale. Per un governo delle transizioni”.
L’evento di oggi nasce dall’incontro con Davide Rondoni, presidente del Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco. “Abbiamo deciso di organizzare questa giornata – ha riferito – pensando a quel portato storico che tiene insieme l’economia civile, Francesco e i corpi intermedi”.
“Non facciamo solo accademia”, ha aggiunto Brunetta, “ma mettiamo a disposizione della società civile strumenti concreti per governare il presente e il futuro”. Da questa impostazione “è nato un risultato concreto. Recuperando il Codice di Camaldoli del 1943, confluito quattro anni dopo negli articoli sociali della Costituzione, il CNEL ha reinterpretato quelle norme in chiave di fraternità e ha elaborato un disegno di legge approvato dall’Assemblea del Consiglio e ora atteso al voto dell’aula di Montecitorio, grazie anche all’apporto del presidente della Commissione Lavoro Walter Rizzetto”. Sarebbe, ha rivendicato, “la prima legge sulla fraternità in Italia, forse in Europa”.
L’ultimo miglio di un percorso collettivo
Il 30 giugno e il 31 agosto le amministrazioni titolari degli interventi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) saranno chiamate, per la decima e ultima volta, a rendicontare il raggiungimento dei propri milestone e target da conseguire entro tali scadenze, come da contratto sottoscritto tra il Governo italiano e la Commissione Europea. Poi il PNRR si potrà considerare concluso, almeno nella sua componente legata alla performance, mentre andrà avanti per terminare la rendicontazione delle spese sostenute per gli interventi. Un risultato, ormai lo possiamo dire, tutt’altro che scontato: una scommessa sulla quale, all’inizio, in pochi avrebbero puntato.
È un bilancio che vede più luci che ombre, perché siamo riusciti a mettere a terra, per buona parte, il più grande piano di riforme e investimenti della storia europea, cinque volte superiore al Piano Marshall.
È la storia di un percorso collettivo, frutto dell’azione congiunta di diversi governi e leader, italiani ed europei.
Nel buio della pandemia, il coraggio dell’Europa
Il PNRR nasce, lo ricordiamo, in piena pandemia da Covid-19.
Coraggiosi furono allora i leader europei, a partire dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che nel drammatico Consiglio Europeo straordinario del 17 – 21 luglio 2020 seppero mettere da parte gli egoismi nazionali e affrontare forti resistenze interne per unire le forze e stanziare un “bazooka” finanziario senza precedenti per salvare il Vecchio Continente dalla peggior crisi del dopoguerra, tramite la creazione di un fondo, il NGEU, che divenne poi il padre dei singoli PNRR nazionali.
Come ha scritto Mario Draghi nel suo ultimo libro “Competere o sparire. Per un nuovo paesaggio europeo”, l’UE è stata capace di adattarsi nell’emergenza, talvolta andando anche al di là di ogni aspettativa. Siamo stati capaci di infrangere tabù storici quali il debito comune all’interno del programma Next Generation EU e di aiutarci l’un l’altro durante la pandemia.
Quella svolta viene definita come il “momento hamiltoniano” dell’Europa, con riferimento ad Alexander Hamilton, primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, che nel 1790 fece assumere al governo federale i debiti contratti dai singoli Stati durante la guerra d’indipendenza, dando di fatto luogo a uno degli atti fondativi del federalismo americano.
Nel mio libro “I venti mesi che hanno cambiato l’Italia”, in cui racconto l’esperienza del governo Draghi, mi piace parlare anche di “momento Merkel”, per riconoscere all’allora cancelliera il merito di aver cambiato idea sul debito comune e di aver permesso di disegnare una risposta condivisa e solidale a una crisi simmetrica.
La rivoluzione della performance
La vera novità del Recovery and Resilience Facility(RRF), lo strumento su cui poggia il PNRR, sta in una formula che la stessa Commissione europea ha voluto rivendicare. È il primo grande strumento europeo costruito sulla performance. Le risorse non vengono erogate per il solo fatto di essere state programmate, ma arrivano soltanto dopo la verifica puntuale del raggiungimento degli obiettivi concordati, rata dopo rata.
È un meccanismo che ha capovolto la logica tradizionale dei fondi europei, nei quali contava soprattutto la capacità di spendere, e che ha imposto alle nostre amministrazioni un linguaggio nuovo, quello del project management, fatto di milestone, target, cronoprogrammi e indicatori di avanzamento. Un vocabolario quasi inedito soprattutto per la macchina pubblica italiana, abituata storicamente a misurarsi con la spesa più che con il risultato.
Questo cambio di paradigma ha messo sotto stress la nostra intera amministrazione, dal governo centrale fino al più piccolo dei Comuni. Cinque anni di tensione, scanditi dai numerosi e serrati contatti tra le alte burocrazie nazionali ed europee, con ogni rata appesa alla verifica di Bruxelles e con la credibilità politica del Paese chiamata, di volta in volta, a rispondere degli impegni assunti. Ogni scadenza era una prova da superare, ogni rata incassata una promessa mantenuta. Croce e delizia, verrebbe da dire.
Perché quella tensione, che pure ha generato fatica e qualche affanno, si è rivelata al tempo stesso un investimento di capacity building senza precedenti, forse irripetibile, sulla nostra macchina amministrativa. Le amministrazioni hanno dovuto imparare a programmare per obiettivi, a rendicontare secondo standard europei, a ragionare in termini di risultato. E lo hanno fatto. Hanno imparato, sotto pressione, a funzionare meglio. Almeno si spera!
La staffetta dei governi, la continuità come chiave di volta
La storia del PNRR italiano è anche la storia di una staffetta tra Governi. Una continuità nei risultati che ha retto al cambio degli equilibri politici.
Bravo fu il Governo Conte II a negoziare con Bruxelles la dotazione finanziaria destinata all’Italia – 191,5 miliardi di euro, successivamente incrementata a 194,4 miliardi – e a predisporre una prima bozza del PNRR. Va ricordato, però, che fu proprio sul Piano che l’esperienza del Conte II arrivò al capolinea. Una maggioranza eterogenea ed esposta a oscillazioni continue, unita a una fragilità tecnico-politica complessiva, non offriva le garanzie di tenuta che un impegno di quella portata imponeva.
Servì allora un Esecutivo capace di restituire al Paese piena credibilità di fronte alle istituzioni europee.
Quel Governo fu quello guidato da Mario Draghi, sostenuto da una maggioranza vastissima e da un apporto tecnico di prim’ordine. E, infatti, giunse il punto di svolta: in poco più di due mesi dal suo insediamento riscrisse il Piano, che il Consiglio UE approvò il 13 luglio 2021, e fece stanziare un fondo complementare da 30,62 miliardi di euro, finanziato con risorse del bilancio nazionale. È proprio dal lavoro iniziale di quel Governo che hanno preso forma tutti i progetti, gli investimenti e le riforme che costituiscono il PNRR nella sua configurazione attuale.
Bravo, poi, il Governo Meloni a portare avanti il Piano in piena continuità con l’azione del Governo precedente, capitalizzando così la credibilità di Mario Draghi. Esecutivo forte, quello Meloni, di una maggioranza coesa e di un solido mandato elettorale. Quel Piano è stato messo a terra ed è stato anche rivisto profondamente e a più riprese, sfruttando strategicamente le norme del Regolamento UE. Un lavoro agevolato dalla competenza europea del ministro Fitto, e dal successivo impegno del ministro Foti.
Bravi, infine, tutti i ministri, i dirigenti e i funzionari amministrativi che hanno, in questi cinque anni, profuso un impegno encomiabile, contribuendo a rivalutare il potenziale della pubblica amministrazione italiana. Tra i principali successi del Piano verranno certamente ricordati quelli di digitalizzazione e interoperabilità dei dati, coordinati dal Dipartimento della Trasformazione Digitale (ministro Colao prima e sottosegretario Butti poi); quelli della giustizia, in particolare, il grande piano di smaltimento dei processi arretrati tramite l’assunzione a tempo indeterminato delle nuove figure di assistenti giudiziari (ministri Cartabia e Nordio); quelli della transizione ecologica e dell’ambiente e, in particolare, gli interventi volti ad aumentare la produzione di energie da fonti rinnovabili (ministri Cingolani e Pichetto Fratin); quelli legati ai trasporti e in particolare i nuovi progetti sulla rete ferroviaria (ministri Giovannini e Salvini); quelli per la rigenerazione urbana e delle periferie del Ministero dell’Interno (ministri Lamorgese e Piantedosi); quelli legati all’internazionalizzazione delle imprese (ministri Di Maio e Tajani); quelli per la transizione e per gli incentivi alle imprese (ministri Giorgetti e Urso) e quelli per rafforzare l’edilizia scolastica e gli strumenti di didattica digitale del Ministero dell’Istruzione (ministri Bianchi e Valditara).
Brave le amministrazioni locali, a partire dai Comuni, soprattutto quelli di più piccola dimensione che, fin dall’avvio del Piano, erano considerati il possibile anello debole dell’intero impianto. Così non è stato.
Pur tra difficoltà oggettive l’amministrazione pubblica – su tutti i livelli – ha svolto il proprio ruolo, sebbene una serie di misure risultino ancora in fase di completamento e continuino a permanere criticità nell’attuazione di alcuni interventi, seppure circoscritte a specifici ambiti settoriali o territoriali.
Bravi tutti, quindi. O quasi.
Perché quella del PNRR, lo ribadisco, è un risultato figlio di un lavoro di team trasversale.
Un risultato dell’Italia, dell’Italia migliore. Di cui andare fieri.
Un piano che riscrive il futuro di tutti i fondi europei
Il PNRR è stato un piano rivoluzionario sotto molti punti di vista.
Innanzitutto, perché ha portato a compimento quel principio della performance fondato sul sinallagma “soldi in cambio di riforme e investimenti”. Uno Stato membro viene rimborsato per i risultati conseguiti e non per la spesa effettuata, fossero anche riforme a costo zero.
Secondariamente, per finanziare il fondo Next Generation, l’Europa, per la prima volta nella sua storia, ha fatto ricorso massivo all’emissione di debito comune. Premesso che, data la dimensione del bilancio comunitario dell’epoca – pari nel 2020 a 168,7 miliardi di euro in stanziamenti di impegno – non vi erano alternative all’emissione di debito per finanziare un fondo di tale portata, la sua attivazione non era comunque affatto scontata alla luce delle forti resistenze espresse dai Paesi del Nord Europa sul tema dell’indebitamento comune.
In terzo luogo, di nuovo per la prima volta, la UE ha ideato un ambizioso programma di investimenti su larga scala, basato sulle tre transizioni tecnologiche, ambientali/energetiche e sociali, frutto di una strategia unitaria di livello comunitario e non dei singoli governi. È questo il modello di governanceche dovrebbe essere utilizzato d’ora in avanti per aumentare la scala dei progetti comunitari. Lo annotavo già nelle pagine dei “venti mesi”: al di là delle cifre stanziate, il vero valore del NGEU sta nella sua narrativa, nella sua potenza di progettazione del nuovo modo di stare insieme.
La pubblica amministrazione, il risultato più concreto del PNRR
Proprio la PA è uno degli ambiti in cui l’impatto del PNRR appare più evidente. Da anni la necessità di una sua modernizzazione era raccomandata anche a livello europeo. Una combinazione di limiti – di risorse e di natura organizzativa – ne aveva rallentato il percorso di trasformazione.
Il PNRR ha cambiato radicalmente lo scenario, mettendo a disposizione i fondi necessari e la leva per realizzare le riforme e gli investimenti richiesti. Del resto, la Pubblica amministrazione, se funziona, è il primo presidio dei diritti dei cittadini, il baluardo essenziale contro le disuguaglianze che la pandemia rischiava di acuire. Ho avuto la fortuna di essere ministro della Pubblica amministrazione nel Governo Draghi, proprio nel momento in cui l’Europa chiedeva all’Esecutivo di definire la lista degli interventi del PNRR relativi alle sei missioni individuate, con particolare attenzione al rafforzamento della digitalizzazione e del capitale umano nella PA. Come è già stato riconosciuto anche a livello europeo. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in un intervento all’Università Bocconi nel dicembre 2022, già indicava la riforma della pubblica amministrazione in corso di realizzazione tra quelle “fondamentali che gli italiani attendevano da decenni”. Riforma che ha visto nel mio successore Zangrillo piena continuità.
Le persone, il cuore della macchina pubblica
La riforma della PA, infatti, non ha riguardato soltanto le procedure o le piattaforme digitali, ma ha inciso nel cuore stesso della macchina pubblica: le persone, le competenze, i percorsi professionali, la capacità delle amministrazioni di attrarre, selezionare, trattenere e far crescere il proprio capitale umano.
È il più grande piano di investimento sul capitale umano pubblico nella storia della Repubblica, e i risultati raggiunti confermano oggi quell’ambizione.
Il punto di partenza è stato il reclutamento. Dopo anni di concorsi pubblici lenti, formalistici e spesso poco allineati ai nuovi fabbisogni, il PNRR ha aperto una stagione di selezioni più rapide, digitalizzate, trasparenti e orientate alle competenze. Il portale unico del reclutamento InPA nasce proprio con questa ambizione: un’infrastruttura nazionale capace di mettere in relazione i fabbisogni delle amministrazioni con le professionalità presenti sul mercato del lavoro. La trasformazione, però, non si esaurisce nell’accesso. Per questo, accanto alla selezione, il PNRR ha rafforzato l’idea di una PA moderna con carriere più dinamiche, percorsi di crescita, formazione continua e valorizzazione del merito, che ha visto ulteriore applicazione con il recente “DDL Merito” del ministro Zangrillo. La mobilità orizzontale tra amministrazioni, quella verticale e anche le esperienze internazionali dovrebbero diventare strumenti ordinari di sviluppo professionale, e non eccezioni affidate alla buona volontà dei singoli. Una PA moderna capace di far circolare competenze giuridiche, economiche, digitali, tecniche e manageriali, superando logiche chiuse e compartimentali.
L’impronta sull’economia reale
L’impatto macroeconomico del PNRR sull’economia italiana si traduce, secondo stime della Commissione europea, in un incremento del PIL reale compreso tra l’1,5% e il 2,5% rispetto allo scenario base. La massiccia iniezione di risorse ha agito sia sulla domanda sia sull’offerta, contribuendo – nel breve periodo – anche a evitare una recessione tecnica e a sostenere la crescita in territorio positivo.
Le stime della Commissione europea attribuiscono inoltre al Piano la creazione di circa 240.000 posti di lavoro tra effetti diretti e indiretti, con un focus sul personale tecnico e sui contratti a termine nella pubblica amministrazione. Nel lungo periodo, invece, l’impatto sul PIL non dipende tanto dai cantieri aperti, quanto dagli effetti delle riforme “trasversali” nei settori come giustizia, Pubblica Amministrazione e concorrenza. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio quantifica questi effetti indiretti sul PIL potenziale italiano in 0,5 punti percentuali annui a regime, rendendo la crescita sostenibile anche dopo l’esaurimento dei fondi.
In sintesi, il PNRR ha già prodotto i suoi primi frutti sul versante della domanda. Lo stimolo garantito dagli investimenti del Piano ha sostenuto in questi anni la crescita del PIL italiano, mantenutasi sopra la media dell’eurozona, grazie anche a un moltiplicatore degli investimenti ben più elevato di quello della spesa corrente. Ora la priorità è governare con intelligenza l’ultimo miglio, evitando il tanto temuto “fiscal cliff”, il potenziale baratro legato alla conclusione del Piano, e accompagnando in modo ordinato la transizione verso strumenti stabili di sostegno agli investimenti, pubblici e privati. Ma il meglio deve ancora venire. Nei prossimi anni il PNRR dispiegherà inevitabilmente (si spera) il suo effetto produttività, quello legato alle riforme strutturali, alla digitalizzazione e all’accumulazione di capitale, capace di elevare il potenziale di crescita del Paese e di riservarci più di una sorpresa in positivo.
NGEU2, la prova del realismo
Alla luce del successo ormai acclarato del Next Generation EU, è possibile e auspicabile immaginare un NGEU2, finanche a rendere questo fondo una componente strutturale dell’architettura europea? È un interrogativo aperto, al quale non è semplice dare una risposta. Chi guarda all’Europa con convinzione europeista sarebbe naturalmente portato a rispondere “sì”.
Ma questa opzione deve essere più freddamente valutata alla luce del realismo politico e finanziario. E quando ci caliamo nel realismo, non possiamo non riconoscere che l’istituzione di un altro fondo avrebbe l’avversione dei Paesi del Nord Europa, i quali hanno giurato e spergiurato che il NGEU è un’esperienza una tantum che non sarà replicata. Anche a livello finanziario e burocratico, è difficile pensare immediatamente a un nuovo piano di quella portata, dati i suoi costi e il capitale politico e amministrativo necessario per idearlo e metterlo a terra. Ne è la dimostrazione il deludente dibattito che si è sviluppato all’ultimo Consiglio Europeo del 18 e 19 giugno in tema di Bilancio pluriennale 2028-2034, con il cancelliere Merz che ha guidato i soliti frugali per una riduzione del budget complessivo. Un approccio non all’altezza delle sfide che l’Europa ha di fronte.
In questo scenario, la soluzione più ragionevole potrebbe essere utilizzare il paradigma sperimentato con il NGEU e i PNRR nazionali in politiche di intervento di natura europea circoscritte alle singole policy, o per il finanziamento – per citare Mario Draghi ed Enrico Letta – dei grandi beni pubblici su scala europea, in maniera da risolvere “un problema alla volta”.
A tale riguardo, abbiamo già dei modelli virtuosi nati sulla scia del NGEU. Dalla facility RRF (Recovery and Resilience Facility), ad esempio, è nato lo spin-off REPowerEU, un piano straordinario della Commissione Europea lanciato nel 2022 per azzerare la dipendenza dell’Unione dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione ecologica, con prestiti da 225 miliardi di euro, derivanti dai fondi non utilizzati della RRF. Un altro esempio virtuoso è il SAFE (Security Action for Europe), che fornisce fino a 150 miliardi di euro in prestiti agevolati agli Stati membri, con lo scopo di potenziare gli investimenti e gli appalti congiunti nel settore della difesa comune, rafforzando le capacità produttive del comparto industriale europeo. Altri fondi, altre facility, altro debito comune possono essere pensati per interventi nei settori della digitalizzazione, dell’IA, della cybersicurezza, dell’industria. Certamente, perché ciò possa realizzarsi è necessaria un’accelerazione del processo di integrazione decisionale a livello europeo, a partire dal superamento del principio di unanimità sino a una più ampia cessione di sovranità da parte dei singoli Stati verso Bruxelles.
La svolta per l’Unione è la “cooperazione rafforzata”
Lo strumento per superare quei veti, del resto, esiste già e ha dato di recente una prova clamorosa della sua efficacia. È la “cooperazione rafforzata”, alla quale il Consiglio europeo ha fatto ricorso per fare debito comune nell’ambito della sicurezza e del sostegno militare all’Ucraina. Ciò che fino a ieri sembrava circoscritto a materie marginali – dal brevetto unitario alla legge applicabile al divorzio, dalla tassa sulle transazioni finanziarie fino all’istituzione della procura europea – ha varcato le colonne d’Ercole, toccando una sfera direttamente connessa alla sicurezza, alla politica estera e alla stessa tenuta strategica del Continente.
Il meccanismo è quello, di rilievo costituzionale, dell’unanimità nella procedura e della maggioranza nella sostanza: si vota all’unanimità l’attivazione di una procedura che, a sua volta, scioglie le ingessature dell’unanimità, permettendo a chi vuole andare avanti di farlo, senza restare ostaggio dei veti di una minoranza politicamente rumorosa ma economicamente marginale. È l’Europa delle geometrie variabili e delle responsabilità differenziate, nella quale gli Stati che restano indietro conservano la facoltà di aggregarsi in un secondo momento, tanto più quando la cooperazione produce esternalità positive anche per chi non vi partecipa. Un metodo pragmatico, di realpolitik, che mantiene viva la spinta federalista e la rende finalmente percorribile, nel solco di quel Jean Monnet secondo il quale l’Europa si sarebbe costruita nei momenti di crisi, attraverso la somma delle soluzioni adottate per affrontarle.
È esattamente questa la chiave che può aprire i due grandi cantieri rimasti in sospeso: il Piano Draghi sulla competitività e il Piano Letta sul mercato unico. Le centinaia di raccomandazioni contenute in quei rapporti, dalla difesa comune all’energia, dalla ricerca all’unione dei mercati dei capitali, rischiano di restare lettera morta finché ogni avanzamento resterà ostaggio dell’unanimità e dell’eterno rinvio. Applicata al finanziamento dei grandi beni pubblici europei con il paradigma già sperimentato dal NGEU, la cooperazione rafforzata può invece trasformarle in politiche vere. Il combinato disposto dei Piani Draghi e Letta diventa così la mappa operativa della prossima integrazione, la traduzione in policy di ciò che il Next Generation EU ha dimostrato essere possibile.
Ma l’emissione di nuovo debito pubblico, da sola, non è sufficiente. Occorre rafforzare il coinvolgimento dei grandi investitori privati, così da trattenere in Europa l’ingente risparmio dei cittadini europei, evitando che venga indirizzato verso altre aree economiche, come gli Stati Uniti, con il paradosso di finanziare indirettamente lo sviluppo estero a discapito di quello interno. Per farlo, è però necessario completare l’Unione dei mercati dei capitali e armonizzare il diritto societario europeo, creando le condizioni per la nascita di grandi imprese e società di diritto comunitario capaci di competere su scala globale.
Una strada di sola andata
Dal 2020, l’anno della grande pandemia e della reazione alla stessa, l’anno del “momento Merkel”, del NGEU e di tutti gli strumenti messi a disposizione dall’Unione per uscire da quella crisi drammatica, il mondo non è più lo stesso. La pandemia da Covid-19 è stata sconfitta, ma altre pandemie politiche ed economiche stanno mettendo in pericolo il mondo che conoscevamo. Nel libro sui“venti mesi” indicavo nell’Europa più forte, più ricca, più giusta e più sovrana l’unico baluardo per l’ordine democratico globale, e nel “vincolo esterno”, di cui già Guido Carli aveva capito il valore per un Paese come il nostro, il vaccino contro l’egoismo degli Stati.
Per evitare quel destino gli ingredienti sono già tutti sul tavolo: il coraggio di fare debito comune, l’intelligenza istituzionale di andare avanti anche senza tutti, la lucidità di sapere dove andare. Tenere insieme questi elementi è oggi la più grande responsabilità di chi governa l’Europa.
Il PNRR ha segnato una svolta dalla quale l’Europa non può più tornare indietro. E se ci chiediamo cosa ci sia dopo il PNRR, basta guardare ciò che l’Unione ha giustamente prodotto dalle crisi più recenti. Se uniamo gli interventi europei su difesa, energia, competitività e mercato unico, non è forse questo, già di per sé, un nuovo e ambizioso piano di sviluppo per l’Europa?
Il Next Generation EU ha aperto la strada. Ora sta a politici illuminati proseguire in quella direzione, nella consapevolezza che è una strada di sola andata.
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